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Buona Pasqua! Happy Easter! Joyeuses Pâques!

http://www.franchuta.info/images/album/160_acc_rose.gif

La Liste

Domani parto per Parigi, quindi mi scuso in anticipo per il mio silenzio dei prossimi giorni.

Sarà il silenzio denso di chi si gode le vacanze pasquali in una città magica, come ciascuno di noi ogni tanto dovrebbe fare. Se non altro per ritrovarsi, per ristabilire le priorità di una vita che purtroppo, e troppo spesso, viene spesa solo per il lavoro.

Non può essere che debbano succedere tragedie come quella che si sta consumando nell’Italia centrale perché le persone si rendano conto della futilità di certi desideri momentanei, di certi ritmi disumani, di certi falsi obiettivi che perseguiamo.

Penso che a ciascuno di noi farebbe bene ogni tanto chiedersi: “Ma per che cosa lo sto facendo?”. Può essere che la riposta non giustifichi tutta la vostra fatica. Può essere che dobbiate riscrivere la lista delle priorità.

A proposito di lista, vi lascio sulle note di una canzone francese che adoro: La liste di Keren Rose

http://www.youtube.com/watch?v=QbWyNCJ-XQ0

Non so cosa ne pensate voi, ma a me sembra che Sincerità di Arisa, che ha vinto l’ultimo festival di Sanremo, riproponga un po’ la stessa atmosfera…

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giovedì, aprile 9th, 2009 Other 3 commenti

Come fare una ricevuta per prestazione occasionale

http://www.pc-facile.com/images/tutorials/ricevuta_prestazioni_occasionali.jpg

Ricevuta per prestazione occasionale

Dal momento che quasi ogni settimana qualche studente o collega mi chiede come fare una ricevuta per prestazione occasionale, faccio un servizio a voi e a me stessa caricandovi un .pdf con una possibile struttura della ricevuta.

Si tratta della ricevuta che io facevo prima di aprire la partita iva (parliamo quindi di più di un anno fa).

Quindi, se anche tenete conto dei miei suggerimenti, vi prego di verificare (facendo ricerche online o presso un commercialista) se i riferimenti alle leggi e l’imposta di bollo sono cambiati nel tempo.

Mettendo insieme le FAQ che mi sono state poste, vi fornisco inoltre alcuni chiarimenti:

- La ricevuta per prestazione occasionale prevede una ritenuta del 20%. Dal momento che voi non avete ancora aperto una posizione, il vostro datore di lavoro si impegna a versare quella ritenuta per voi.

- Non siete soggetti all’INPS, quindi non dovete versare nulla all’istituto di previdenza (chi invece ha la partita iva deve anche versare più del 24% di INPS, di qui la lamentela frequente che, di un lordo convenuto con il cliente, a voi dì rimane la metà).

- L’imposta di bollo va appiccicata all’originale che spedite al cliente (i clienti brillanti di solito la mettono per voi, le agenzie più tirchie vi chiedono persino l’euro o poco più).

- Il fatto che si chiami ricevuta PER PRESTAZIONE OCCASIONALE non è casuale. Potete farla solo se si tratta di un’attività saltuaria e non dovete superare un tetto massimo annuale (ai miei tempi di 5.000 €).

Non sono un’esperta, ma spero ad ogni modo di essere stata chiara.

Ecco il facsimile della ricevuta che facevo io.

ricevuta-per-prestazione-occasionale

Se avete ulteriori domande, porgetele ad una persona competente.

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sabato, marzo 28th, 2009 Other Nessun commento

The Era of Responsibility

Come promesso, ecco un piccolo glossario che vi aiuterà nella lettura del discorso che il 44° Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha pronunciato il 20 gennaio scorso, in occasione della cerimonia di investitura.

obamas-words

Per quanti di voi non dovessero avere il testo, ecco anche un link al testo del discorso:

http://articles.lancasteronline.com/local/4/232849

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mercoledì, febbraio 25th, 2009 Other Nessun commento

Parole del giorno per corsisti e non

Continua la dimostrazione di come, molto spesso, anche la “teacher” impara grazie a voi. Ecco le soluzioni agli interrogativi che ci siamo posti lunedì scorso:

The movie

Pareggio = (questa volta il dizionario della nostra cara corsista aveva ragione) draw, tie
the contest ended in a draw (o in a tie)
in the event of a tie
the goal that ties the score (the equalizer GB)

NB Null= zero

Quando si parlava di personalità, è sorto il dubbio che “easy-going” potesse voler dire ragazza facile.

Il bilingue Ragazzini 2008 propone le seguenti traduzioni:
indulgente; tollerante; accomodante; bonario; bonaccione; pacioso.

La descrizione del monolingue Collins COBUILD dice, dal canto suo, che:
If you describe someone as easy-going, you mean that they are not easily annoyed, worried, or upset, and you think this is a good quality.
He was easy-going and good-natured…
ADJ approval

Alla luce di queste definizioni mi sento quindi di escludere il lato “facili costumi”, che potrebbe invece essere espresso così:
Promiscuous girl

Quanto alle vostre due proposte di ieri:

Party girl: non ho ben capito se questa espressione possa essere usata per definire una donna facile. Se date un’occhiata a wikipedia vedere comunque che l’espressione è il titolo di un film e di una serie televisiva.

Chicken girl: se date un’occhiata ai risultati di una ricerca su google emerge un largo utilizzo dell’espressione. Ma non mi sembra avere solo il significato che gli davate voi.

Se date del “chicken” a qualcuno, gli date del “pollo”, cioè del fifone. Se attribuite questa parola ad una donna può essere, dai siti che vengono fuori, che le diate della “bella pollastrella”, ma non sono pienamente convinta che questa sia l’unica soluzione.

Se riesco lo chiedo ad un madrelingua in settimana :)

PS A proposito di donne un po’ sciocchine, ricordate che “hen party” è il corrispondente inglese del nostro addio al nubilato o di qualsiasi altra festa riservata a sole donne.

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mercoledì, febbraio 11th, 2009 Other Nessun commento

Nothing new under the sun

Proprio ieri scrivevo, a proposito dell’espressione francese “être au beau fixe”, che raramente la traduzione si può fare alla lettera.

Proprio oggi, invece, sono incappata nella solita eccezione che conferma la regola.

La mia concabina preferita (purtroppo dobbiamo aspettare aprile per lavorare ancora insieme :( ) mi ha comunicato una delle sue scoperte: l’espressione italiana “niente di nuovo sotto il sole” si traduce in inglese con “nothing new under the sun”.

Ma chi l’avrebbe mai detto??

E c’è di più. Come potete leggere su Bartleby.com, si tratta di una citazione biblica tratta dal libro dell’Ecclasiaste, in cui l’autore si lamenta della monotonia della vita.

E così, grazie ad un’amica, anche oggi avete avuto una parola del giorno.

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venerdì, gennaio 30th, 2009 Other Nessun commento

Jacques Brel e la distanza rispetto alla sua infanzia

“Je suis ravi d’avoir eu une enfance morose. Ça doit être abominable d’avoir une enfance heureuse parce qu’après vraiment, c’est terrible…” [1]

Spesso ci si sente dire che l’infanzia è una fase fondamentale nella vita, poiché determina lo sviluppo successivo dell’uomo. Banalizzando l’opinione diffusa, chi ha avuto un’infanzia felice ha tutte le carte in regola per essere felice anche in seguito. Ora, quando ho sentito per la prima volta le sopraccitate parole di Brel, il piccolo universo delle mie certezze ha cominciato a sgretolarsi. È solo alcuni mesi dopo che ho realizzato cosa aveva cercato di dire.

Diversamente da quanto si crede, il dolore e la felicità hanno una natura molto simile. Non solo chi ha troppo sofferto durante l’infanzia ne porta i segni in futuro, ma anche chi ha troppo gioito. Questi due sentimenti estremi impediscono, infatti, all’adulto di liberarsi di una fase della quale rimane prigioniero.

Se Brel si rallegra di aver avuto un’infanzia cupa è perché sa che se fosse stata felice, lui avrebbe cercato per tutta la vita di ritrovare quella condizione originaria, il ché gli avrebbe impedito di afferrare le piccole gioie di ogni giorno. E così guarda al passato senza rimpianti, solo con la consapevolezza che il tempo in cui portava dei calzoncini corti e non aveva né baffi né barba è irrimediabilmente finito.

“Je ne regrette pas du tout le temps de l’enfance parce que je crois que ce n’est supportable qu’une fois. Je trouvais ça bien long. Et j’en parle maintenant parfois, enfin dans une chanson, mais pas du tout avec regret” [2]

La canzone in cui, senza rimpianti, Brel ripercorre le tappe della sua infanzia si intitola “Mon enfance”. Non è il solo testo che ruota su questa tematica, ma qui più che altrove il cantautore canta l’esplosione dell’infanzia, il momento in cui il muro del silenzio si è rotto, quando un mattino i suoni della vita hanno raggiunto l’ovattato universo borghese in cui era cresciuto. Brel ha lasciato quello spazio chiuso per fuggire verso l’alto. Simboli di questa ascesa sono il suo stare in piedi, il suo vivre debout e le ali con cui si è alzato in volo…

“Je volais je le jure
Je jure que je volais
Mon cœur ouvrait les bras…”
[3]

Da quel momento in avanti il suo cuore si è aperto alla vita reagendo a quell’esistenza che va

“De servante en servante…
Flânant de mort en mort
Et que le deuil habille”
[3]

Anche questa citazione, che è tratta sempre da Mon enfance, mette in evidenza lo scarto tra una fase di letargo e la rinascita ad una vita vera. L’adolescenza ha senz’altro costituito il punto di svolta dopo il quale ogni cosa è cambiata, fatta eccezione soltanto per quel coeur d’agneau che non ha mai smesso di amare e amare e amare ancora, per soddisfare quella abominable envie d’aimer che superava persino il pudore e gli schemi di un’educazione borghese. Brel amava ripetere che in generale la gente è mal educata…

“On est très mal élevé parce qu’on a beaucoup trop de pudeur et qu’on ose jamais plus dire aux gens qu’on les aime bien.” [4]

La mala educazione consiste nell’incapacità di comunicare agli altri il proprio amore, un’incapacità che Brel ha mirabilmente tentato di superare attraverso le sue canzoni. Lui stesso lo ha affermato nel 1960 prima di cominciare a cantare:

“Alors ce soir, je vais essayer d’en profiter pour vous dire que, finalement, je vous aime bien.” [4]

[1] Parole di Jacques Brel tratte da Jacques Brel, le droit de rêver, p.22
[2] Parole di Jacques Brel tratte da Jacques Brel, le droit de rêver, p.12
[3] Mon enfance, 1967
[4] Parole di Jacques Brel tratte da Jacques Brel, le droit de rêver, p.3

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lunedì, gennaio 19th, 2009 Other Nessun commento

Jacques Brel e il suo Plat Pays

Jacques Brel era “vago”, nel senso leopardiano del termine. Le sue parole alludono, evocano, veicolano molteplici significati e nell’insieme non hanno la pretesa di offrire una lettura univoca. Non cercano una spiegazione a misura umana degli aspetti più misteriosi dell’esistenza, ma rintracciano il vago movimento di un sentire personale.

“Avec la mer du Nord pour dernier terrain vague
Et des vagues de dunes pour arrêter les vagues
Et de vagues rochers que les marées dépassent…”[1]

Giocando con la ripetizione e l’omonimia Brel ci parla del suo plat pays, di quello che vede attraverso il filtro dei suoi occhi e, per dirla con Kant, delle sue forme a priori. Ripetere, ritrovare il già noto è fonte di piacere e di sicurezza, soprattutto quando si è lontani. Per questo oltre che del ritornello, struttura iterativa per eccellenza, Brel si serve di numerose anafore che cesellano le strofe e quindi garantiscono continuità.

“Avec un ciel si bas…
Avec un ciel si bas…
Avec un ciel si gris…
Avec un ciel si gris…”

Non vorrei sembrare blasfema, ma queste ripetizioni creano lo stesso ritmo di un rosario. In fondo Brel rivoge la sua preghiera pagana al paese in cui è nato e cresciuto, in cui però si annoiava a tal punto da desiderare di andarsene.

“Quand maintenant, je cherche la raison profonde de ce départ, je crois que je m’ennuyais à hurler”[2]

Si annoiava da morire, aveva una voglia incredibile di inseguire i suoi sogni, i suoi desideri. Per cui, dopo essersi piegato temporaneamente alla volontà del padre, che lo voleva a capo dell’impresa famigliare, Brel ha mollato tutto alla ricerca del suo Far West.

La gente muore di desiderio – era solito ripetere – ne muore perché non ha il coraggio di fare ciò che vuole e rimane imprigionata in falsi obblighi, in falsi pretesti, in false sicurezze. Brel invece odiava la sicurezza, odiava la tipica comodità borghese, il porto sicuro. Anelava al mare, come George Gray nell’Antologia di Spoon River, e mise sé “per l’alto mare aperto”.

Quale l’Ulisse dantesco partì col suo legno, non una barca ma una chitarra, alla volta della Ville Lumière. Ed arrivando nell’ignoto riscoprì la bellezza della sua Itaca, di quella Bruxelles che per tanto tempo era stata solo un “tramway” e l’odore della pioggia. E così, vista da lontano, la capitale belga è tornata a sognare, a cantare…

“C’était au temps où Bruxelles rêvait
C’était au temps du cinéma muet
C’était au temps où Bruxelles chantait
C’était au temps où Bruxelles bruxellait…”[3]

Pur tra le pareti sicure della ripetizione, Brel introduce elementi nuovi che restituiscono la frizzante vita di una città che “bruxellava”. Ogni dettaglio è animato di una vita propria e si muove tra sogno e realtà. Agli elementi reali si mescolano nomi inventati (place Sainte-Justine) per salvare una rima o magari per ricreare un’atmosfera particolare o ancora per trasferire sulla carta il pensiero del cantautore. Nella sua mente, infatti, si mescolano strati di ricordi, fantasie ed esperienze che si sono sedimentati col tempo, tanto che è impossibile distinguere tra verità e finzione. Di sicuro però il paesaggio non è solo sfondo, scenografia. La descrizione non è mai fine a se stessa, non significa qualcosa, ma è qualcosa. E Brel stesso è nelle sue canzoni aldilà di ciò di cui sta parlando. C’è in quelle cattedrali, in quei campanili neri, in quel vento del nord che lo ha spinto lontano…

“Avec des cathédrales pour uniques montagnes
Et des noirs clochers comme mâts de cocagne
Où des diables en pierre décrochent les nuages
Avec le fil des jours pour unique voyage…”[4]

Paradossalmente, Brel può cantare tutto questo nel momento in cui lo ha perso, lo può vedere quando non ne fa più parte, lo può sentire quando è assente. Solo la lontananza può sollevare il velo di Maya, solo il viaggio vero può illuminare retrospettivamente quello che non era che “il filo dei giorni”.

Questo discorso travalica i confini del paese natale e quindi di questo post. Brel adotterà, infatti, lo stesso tipo di sguardo e di prospettiva anche nel suo rapporto con l’infanzia e con le diverse sfaccettature del suo Io, che saranno ugualmente proiettate nelle parole e nei personaggi delle sue canzoni. Gli strumenti di analisi qui presentati verranno pertanto riutilizzati e via via applicati ai nuovi post a venire.

[1] Le plat pays
[2] Parole di Jacques Brel tratte da Jacques Brel, le droit de rêver, p.33
[3] Bruxelles
[4] Le plat pays

AAVV, Jacques Brel, le droit de rêver, Bruxelles, Fondation Internationale Jacques Brel, 2003

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sabato, gennaio 10th, 2009 Other Nessun commento

Ritorno dalle vacanze

Sono appena tornata da Bruxelles ed eccomi già immersa in una traduzione giuridica impestata.

Nemmeno il tempo per riprendere fiato, nemmeno il distacco graduale che l’auto e il treno mi avrebbero concesso.

In aereo è tutto così veloce.. ancora mi sembra di essere a Auderghem, su quell’auto a noleggio della Herzt che ha accompagnato tante scorribande natalizie (dall’Abbazia di Villers a Bruges, passando per soleggiate scorribande en ville) e invece sono qui davanti al mio computer, presa da un testo che mi accompagnerà per tutte le vacanze (??) natalizie .

Mi consolo di tanto in tanto mangiando quintali di Spéculoos e di Brownies comprati chez Delhaize e sorseggiando una buonissima tisana Tilleul Miel davanti a You Tube.

Se anche voi avete voglia di fare una pausa e di respirare un po’ di aria natalizia…
guardatevi il video della Grand Place che ho fatto durante le vacanze a Bruxelles :)

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martedì, dicembre 30th, 2008 Other Nessun commento

La Belgique c’est mon pays, c’est mon enfance

Natale a Bruxelles

Natale a Bruxelles

C’era una volta…una ragazza che viveva in un paese lontano. Ogni anno faceva però ritorno alla sua terra natia, che le si svelava poco a poco in tutta la sua ricchezza. Durante uno di questi ritorni in patria incappò in un famoso cantautore belga, con cui ben presto scoprì di avere molte cose in comune.

A cominciare da quel Plat Pays che entrambi amavano da lontano, facendo della distanza una condizione privilegiata anziché un limite. Difficile è, infatti, cogliere la bellezza di una realtà in cui si è invischiati. Molto più facile è prendere le distanze e guardare la propria terra, la propria infanzia, la propria vita da una prospettiva esterna, mettendo a fuoco ciò che più conta e ridimensionando ciò che è solo accessorio.

Fu così che la ragazza sentì il desiderio di dare un seguito a questo incontro, approfondendo la conoscenza di un iceberg che le si svelava solo in minima parte. La discesa negli abissi insondati di Jacques Brel si presentava in fondo come un’occasione per riscoprire anche se stessa e le sue radici.

Il post di oggi è il primo di una serie di appuntamenti con il Belgio e con la canzone di Jacques Brel.
É scritto alla vigilia della partenza per Bruxelles, dove festeggerò il Natale il famiglia, e vuole essere un tributo al Plat Pays in cui sono nata.

Un Belgio che vive più nei ricordi d’infanzia che non nell’esperienza vissuta. Un Belgio che scopro insieme a voi consapevole del fatto che dietro a qualsiasi percorso conoscitivo c’è sempre e comunque un Io che, gravido di parole, musiche ed esperienze altrui, partorisce la sua visione delle cose. Questo è il prezzo di una lettura e di un ascolto autentici che si fanno dialogo con l’uomo, il cantautore e il caleidoscopio di personaggi in cui di mano in mano si proietta.

Brel affermava di poter lasciare la canzone in qualunque momento, ma la scrittura no, non avrebbe potuto farne a meno. Sentiva l’urgenza di una scrittura che era sforzo, tensione e calore. Una scrittura a cui partecipava tutto il corpo, visto che come Victor Hugo scriveva da in piedi, e che rispondeva al bisogno di mettere ordine nel caos della sua esistenza.

Una scrittura come terapia, quindi, poiché come Virginia Woolf anche Brel si serviva dei suoi personaggi per prendere le distanze dal suo paese, dalla sua infanzia, da se stesso. Per questo li creava nei minimi dettagli, immaginava il loro vestiario, la loro fisionomia e tutta una serie di particolari che ancor oggi danno spessore a figure che non hanno che 3 minuti per raccontarsi.

E così, nel gioco delle parti, a ciascuno è assegnato un ruolo, che colpisce per quanto viene messo in scena e più ancora per quanto c’è di non recitato, non rappresentato, non detto. Perché in questo silenzio della canzone c’è un po’ Jacques e un po’ ciascuno di noi.

« Dessiner toute une petite idée dans un petit personnage qui est toujours un peu moi, c’est un peu tout le monde mais c’est surtout un peu moi, je crois » (2003: 11)

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venerdì, dicembre 19th, 2008 Other 1 commento

Come tradurre “penetrare il mercato”??

Come di consueto il corso d’inglese per adulti è stato foriera di domande. E ieri sera il secondo livello è stato all’altezza del terzo in termini di curiosità, entusiasmo ed intraprendenza.

Una ragazza del corso ha raddolcito la nostra pausa portandoci una scatola di Baci Perugina. Un’occasione per imparare l’inglese in dolcezza e, aggiungerei, per farsi un sacco di risate leggendo citazioni talvolta assurde (gli autori tedeschi hanno ieri in questo senso avuto la pole).

Uno dei corsisti ha poi sollevato alcuni dubbi e posto una domanda che mi sta ancora tenendo occupata. La condivido e propongo alcune ipotesi di traduzione, ma aspetto volentieri qualche suggerimento (c’è qualche native speaker tra voi??)

Si parlava ieri di mercati e il corsista mi ha chiesto se si poteva rendere “penetrare profondamente il mercato” con l’ inglese “deep penetrate the market”.

Dopo un iniziale timore nel fare una ricerca su un verbo che ha, lo immaginerete, bel altri significati, ho deciso di virgolettare “penetrate the market” e di osservare cosa veniva fuori.

La ricerca avanzata con l’inglese dà 53.200 risultati. Il che conferma la collocazione. Se si restringe la ricerca ai siti .uk la cifra si abbassa (1.140) ma ancora mi prova un utilizzo abbastanza diffuso.

Do un’occhiata alle parole che circondano l’espressione per vedere se appare deep o deeply.
Rimango un po’ delusa e trovo piuttosto avverbi come intensively e properly prima, e come further, effectively e quickly dopo.

La cosa migliore a questo punto è verificare nel BNC (British National Corpus) usando il software Xaira.

La Phrase Query per “penetrate the market” non dà risultati. Visto che però con “penetrate the” trovo una frase come “penetrate the European market” provo lo strumento del Query Builder, che mi permette di cercare il verbo “penetrate” in associazione con il sostantivo “market” specificando lo span.

Con uno span di 5 ottengo solo 8 risultati, che mostrano come “attempt” sia un verbo frequentemente usato con “penetrate the market” e come la parola market sia sempre preceduta da una specificazione (e.g. The European market, the Latin American market, the Middle Est market, the US market etc).

Ma di “deep” non c’è traccia. Faccio un ultimo tentativo cercando “penetrate” e “deep”, sempre con uno span di 5. Emergono due cose: innanzitutto penetrate è usato prevalentemente in senso fisico (tipo l’aria che penetra nei polmoni) e poi “penetrate deep” è di norma seguito da “into”. Di market non c’è traccia :(

Ora, questo post non si propone di dare una soluzione, ma semmai di mostrare come, dietro ad una scelta traduttiva, ci sia un mondo che molti ignorano. Molti che magari pensano di poter tradurre parola per parola, molti che si fidano ciecamente dei traduttori automatici, molti che pensano che se nel bilingue “penetrare” è tradotto con “penetrate” allora anche una frase come “penetrare il mercato” potrà essere tradotta con “penetrate the market”. Abbiamo visto che potrebbe non essere così, o che comunque questa versione non è frequente come la immaginavamo.

Io mi fermo qui. Non faccio scelte dolorose per oggi (Dauzat docet). Anche perché credo di aver già investito abbastanza tempo. Xaira è un software incredibile, oltre ad essere utilissimo permette di esercitare la virtù della pazienza. Le ricerche sono spesso lente, infatti, e per darvi un’idea è più di un’ora che cerco e scrivo.

Quindi ora mi rimetto al lavoro e passo la parola a quanti di voi abbiano una proposta di traduzione (a questo punto cambiamo verbo??) o anche solo qualcosa da dire.

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venerdì, dicembre 12th, 2008 Other Nessun commento