PhD
Lezione 17 novembre: L’interpretazione psicanalitica del testo
Ieri pomeriggio Marc Silver ci ha fatto un’exemplary reading di un testo di Sigmund Freud dal titolo “A comment on anti-semitism”.
Obiettivo della lezione era quello di guidare gli studenti della specialistica e noi dottorandi in una lettura profonda di questa lettera di Freud, seguendone lo sviluppo argomentativo e il discorso psicanalitico.
Obiettivo raggiunto, direi, “but now I have a remarkable confession to make“, tanto per rimanere in tema e per citare Freud stesso.
Una lezione basata sulla lettura di un paper del docente o di chiunque altro ostacola l’interazione e, di conseguenza l’apprendimento. Gli studenti si sentono “lettori orali” senza voce, audience passivamente coinvolto in un dialogo che è monologo. Anche domande come “avete capito tutto?” o “Ci sono obiezioni che volete sollevare?” fatte a testa bassa, con gli occhi sul’articolo letto, perde ogni valore di domanda, quindi di scambio dialogico di opinioni, e diventa pura retorica.
Detto questo, è stato davvero affascinante vedere come Freud sia riuscito a declinare ogni responsabilità dando la parola ad un source speaker che secondo molti, tra i quali Silver, è Freud stesso.
E per quanto sia una banalità, mi è piaciuto il modo in cui Silver ha definito il pronome “We” come “I + you”.
Sul momento la mia reazione è stata quella di girarmi verso le mie care colleghe di dottorato dicendo loro: “Wow, siamo un we”.
Ex post mi viene da dire che anche dailynterpreter è un we, un io che esiste nel momento in cui viene letto e seguito da un tu.
Anche perché come diceva Marguerite Duras in una delle ultime interviste rilasciate (uno di quei CD che di tanto in tanto riascolto, anche solo per sentire la sua voce stupenda), non si scrive mai per sé stessi. Si scrive sempre pensando a qualcuno…
Modena International Workshop: after
I’d really like to sum up what was presented and discussed at last week Modena International Workshop.
I must admit, however, that I do not think I can embark in such a difficult task. Too many contents were shared in such a brief time span. Too many people were met in lectures, tutorials and around a sumptuously decked table. And too many feedbacks were provided to be able to draw some conclusions on the MIW and on my Project.
Somehow I need to digest what was said by Susan Hunston (University of Birmingham), Andreas Jucker (University of Zurich), Christian Plantin (Université de Lyon II), Paul Thompson (University of Reading), Marina Bondi (Unimore), and by all the PhD students who presented their projects.
And I probably need some time to look at everything from a distance, and to decide what to take in and what to leave out.
But there is one thing I can do now, and that is writing a word of (sincere) thank for all the people who took part in this useful workshop.
Hunston, Jucker, Plantin, Thompson, Bondi, Diani, Soliman, Cavalieri, Bennet, Chang, Da Silva, Haubner, Hofmann, Huang, Mantlik, Marcinkowski, Mathoul, Moreton, O’Brien, Plappert, Reichardt, Reiner, Schembri, Trklja, Albanese, Beseghi, Cangelosi, Quarta, Seidenari: each of them contributed to the success of a workshop which achieved its goals (I hope I did not forget anybody, but please comment if there is someone missing).
As you can read from the Syllabus and Organization page, it aimed at providing “useful feedback for an assessment and revision of individual research hypothesis, as well as tools for developing greater awareness of issues in research methodologies”.
And in my opinion it definitely made it.
Modena International Workshop: before
L’università di Modena e Reggio Emilia ospiterà, da domani 14 ottobre fino a domenica 18, un workshop di formazione intensiva sull’argomento Studies On Language Variation And Textual Interpretation.
Questi cinque giorni mi vedranno impegnata in lectures, tutorials, poster sessions e “cene di lavoro” con nomi quali Susan Hunston (University of Birmingham), Andreas Jucker (University of Zurich), Christian Plantin (Université de Lyon II), Paul Thompson (University of Reading) e Marina Bondi (Unimore), quindi dubito di avere il tempo di aggiornare dailynterpreter.
Vi do quindi appuntamento al fine settimana per la consueta curiosità, invitandovi, se vi interessa, a consultare il programma del MIW alla pagina http://www.sltt.unimore.it/on-line/Home/Attivita/Dottoratodiricerca/ModenaInternationalWorkshop.html
Alla fine del workshop, non mancherò di condividere le mie riflessioni sull’esperienza e di caricare il poster del mio progetto che presenterò sabato pomeriggio.
A presto
Giornata di Studi sulla Traduzione
In occasione della Giornata Europea delle lingue fissata dalle istituzioni dell’Unione Europea per il 26 settembre, e in considerazione del fatto che il 2009 è stato proclamato “Anno europeo della creatività e dell’innovazione”, il Dipartimento di Studi Linguistici sulla Testualità e la Traduzione dell’Università di Modena e Reggio Emilia ha organizzato ieri una giornata di studi dal titolo: Il mestiere del traduttore tra nuove competenze e nuove tecnologie.
Tematiche come la qualità traduttiva, la formazione dei traduttori, la traduzione professionale, gli strumenti a servizio del traduttore, la traduzione audiovisiva sono state approfondite mettendo a confronto i punti di vista di esperti del mondo accademico, istituzionale e produttivo.
Nomi quali: Franca Poppi, Giovanna Bellati, Marina Bondi, Giuseppe Palumbo e Luciana T. Soliman dell’Università di Modena; Margaret Rogers della University of Surrey; Federica Scarpa, Christofer Taylor e Elisa Perego dell’Università di Trieste; Micaela Rossi dell’Università di Genova; Pamela Negosanti di Expert Systems; Licia Corbolante, socia di Ass.I.Term e Danio Maldussi della SSLMIT di Forlì hanno contribuito ad una giornata che, non diversamente dai cosiddetti refresher course per medici, rappresenta una fertile occasione di formazione ed aggiornamento per il personale della scuola.
Chi accetterebbe, in fondo, di farsi operare da un chirurgo di 40-50 anni che non si aggiorna dalla sua laurea, quindi da almeno una decina d’anni? Secondo me nessuno.
Ora, credo che lo stesso tipo di aggiornamento debba essere auspicato, preteso e promosso in ambito accademico. L’appartenenza di questo post alla sezione Life Long Learning tradisce del resto questa mia volontà di rimanere al passo con una professione ed una disciplina in continuo fermento.
Detto questo, scrivo dal treno ed ammetto di essere piuttosto stanca, quindi non vi farò certo il resoconto di questa giornata. Lascerò, semmai, alcune tracce dei discorsi che sono stati avviati, e della loro paternità, un po’ per schernire la mia cattiva memoria, un po’ per condividere certe piste di riflessione con i colleghi assenti.
Margaret Rogers: “profili” della traduzione e dell’interpretazione, che possono adottare una prospettiva basata sul contenuto (quindi sulla competenza linguistica, testuale, etc.) o sullo sviluppo (quindi focalizzata su concetti quali quali novice, advanced beginners, proficiency, expertise, etc.).
Federica Scarpa: dicotomia tra Formazione alla traduzione (= immediata spendibilità sul mercato del lavoro) e Didattica della traduzione (= saper riflettere sul processo traduttivo. Una dicotomia che tanto mi ricorda quella tra Training e Education, così in voga nei paesi anglofoni.
Christofer Taylor: con una presentazione davvero simpatica e avvincente sono stati introdotti i tre principi cardine della descrizione audiovisiva: clearly- vividly-succinctly. Taylor ha poi chiuso con un colpo da maestro, rubando la frase a non ricordo più chi: “If you have been, thank you for listening” (onestamente non vedo l’ora di riutilizzarla
)
Elisa Perego: parlando di eye tracking, la Perego ha introdotto termini che non conoscevo quali SACCADI = movimenti oculari e FISSAZIONI = punti di osservazione. È stato interessantissimo vedere come l’eye tracking possa essere utilizzato per studiare come si legge, come si osserva un’immagine, come si guarda un film sottotitolato e scoprire, ad esempio, che la dilatazione della pupilla corrisponde ad un maggiore sforzo cognitivo.
Pamela Negosanti: devo assolutamente dare un’occhiata ai prodotti della Expert Systems perché sono arrivata purtroppo in medias res e ho solo colto di sfuggita l’utilità di software quali COGITO Studio Sensigrafo o COGITO Focus.
Licia Corbolante (che ha lavorato, tra le altre cose, alla localizzazione dei prodotti Microsoft): è difficile quantificare il ROI [Return Of Investment] della gestione terminologica in azienda, perché i parametri sono molto labili (meno errori? Meno tempo impiegato nelle ricerche?) mentre immediato è il calcolo dei costi, che spesso appaiono troppo ingenti per delle aziende che non riescono a percepire il valore di certe metodologie. Va detto altresì che la committenza generalmente ignora cosa s’intenda per metodo onomasiologico della terminologia contrapposto al classico metodo semasiologico dei comuni dizionari e che è pertanto molto difficile dialogare e spiegare i vantaggi di certe azioni. Vige ad oggi, nel campo della localizzazione, un approccio proattivo (= i problemi traduttivi sono identificati prima della localizzazione) rispetto al vecchio approccio reattivo (= risolvo i problemi mano a mano che si presentano). Questo nuovo approccio permetterebbe di evitare vecchi errori che ancora i software si portano appresso perché sarebbe troppo costoso correggerli (è il caso di “Salva con nome” come traduzione di “Save as” che in realtà fa riferimento al formato del file da salvare, non al suo nome. Come noterete da questo riassunto “strabordante” rispetto agli altri, la presentazione della Corborante mi ha interessata non poco. E vi confesso che non tarderò molto ad approfondire queste tematiche sul suo blog all’indirizzo http://blog.terminologiaetc.it
Danio Maldussi: non so se sono condizionata dal fatto che Maldussi è stato un mio professore alla SSLMIT di Forlì, e tra l’altro uno dei migliori e dei più “tosti”, ma la sua presentazione mi è sembrata profondamente entusiasmante e realista al contempo. Pur parlando di tecnologie decisamente promettenti, Maldussi ne ha, infatti, sottolineato anche i difetti, soprattutto per un’utenza che ha dei limiti di tempo e di tariffe. Non ha mancato di problematizzare il fatto che se è vero che le tecnologie permettono di ridurre i costi, è vero anche che questo beneficio è tratto, almeno in questa fase, quasi interamente dal cliente finale, non dal traduttore. Ben al contrario! Come sanno bene tutti coloro a cui capita di collaborare con agenzie che forniscono le memorie di traduzione (cosa che io, dopo alcune esperienze decisamente negative, cerco di non fare), quando ci sono le memorie il traduttore è sotto-sotto pagato, e pure costretto a integrare le memorie, che restano proprietà dell‘agenzia, con il frutto delle sue fatiche. La qual cosa avrebbe senso, e sarebbe del tutto nobile e difendibile, se solo le tariffe, già al ribasso, non scivolassero a livelli ridicoli, passatemi il termine. Maldussi si è anche soffermato sulle inerzie traduttive, quelle che Marcello Soffritti definisce “usi rilassati della lingua”, cioè traduzioni inesatte come “tasso impositivo” per tradurre il francese “taux d’imposition”, quando in italiano esiste il termine “aliquota fiscale”.
Sono uscita dall’aula quando Maldussi si avviava verso le conclusioni, quindi non posso dirvi su quali note abbia chiuso il suo intervento. Sono sicura, tuttavia, che il Professore abbia incorniciato al meglio una giornata iniziata in maniera un tantino superficiale per chi, come me, queste cose le ha già sentite e risentite (il che era comunque giustificato dalla stragrande maggioranza di novizi), ma che è stata poi caratterizzata da un’escalation di tecnicità e, a mio avviso, di attrattiva.
Lezione 8 settembre: statuti epistemologici della linguistica applicata
Questa mattina i dottorandi del 1° anno all’Università di Modena e Reggio Emilia hanno partecipato alla seconda puntata di “Statuti epistemologici della linguistica applicata” con il professor Augusto Carli e la professora
Elena Favilla.
Nella prima parte della lezione, Carli ha speso qualche parola sul libro “Le scienze cognitive del linguaggio” a cura di A. Pennisi e P. Perconti. Non diversamente da quanto cerco di fare anche io nella sezione Reviews di Dailynterpreter, il professore ci ha spiegato il contenuto del libro e ci ha invogliati a leggerlo.
Tenterò ora di fare lo stesso con voi, per quanto il mio italiano non sia certo alla pari di quello di Carli, che con un ritmo bilanciato e il tono giusto riesce ad entrare in sintonia con il suo pubblico, a mettersi au diapason con l’ascolto di chi silenziosamente lo ammira.
Ma ci provo
Dunque, il libro di Pennisi e Perconti, che comprerò subito perché Carli mi ha proprio convinta, è diviso in cinque parti principali:
1) introduzione sulla filosofia della mente e sul linguistic turn degli anni 80;
2) biologia, linguaggio ed evoluzione;
3) linguistica cognitiva;
4) linguaggio e memoria;
5) patologie e psicopatologie del linguaggio.
Come il titolo e la suddivisione lo indicano, i due curatori fanno una panoramica su alcune delle tante discipline che rientrano nella Linguistica Applicata che, come lo dice la definizione che l’AILA ne dà:
Applied Linguistics is an interdisciplinary field of research and practice dealing with practical problems of language and communication that can be identified, analysed or solved by applying available theories, methods and results of Linguistics or by developing new theoretical and methodological frameworks in Linguistics to work on these problems. Applied Linguistics differs from Linguistics in general mainly with respect to its explicit orientation towards practical, everyday problems related to language and communication.
Senza entrare nel dettaglio di una definizione che richiederebbe, invece, pagine di approfondimento (sul carattere interdisciplinare, sul binomio ricerca e pratica, sui problemi del linguaggio e della comunicazione, sulle teorie e i metodi della linguistica, sull’orientamento esplicito ai problemi pratici e quotidiani connessi alla lingua e alla comunicazione etc.), pubblico per me stessa prima ancora che per voi alcuni link utili per orientarsi nella disciplina della Linguistica Applicata:
Associazione Italiana di Linguistica Applicata
http://www.aitla.unimore.it
Association Internationale de Linguistique Appliquée
http://www.aila.info
e della Linguistica Generale (a livello italiano):
Società di Linguistica Italiana (SLI)
http://www.societadilinguisticaitaliana.org/
Società Italiana di Glottologia (SIG, che non è un lamento
)
http://web.unimc.it/sig/
Vi lascio, infine, con alcuni spunti di riflessione che sono stati lanciati ed in parte investigati durante la lezione:
- il genere di base dell’italiano è il maschile, e il femminile ne è il prolungamento. Ciò fa sì che si dica il poeta (con una parola di origine greca che potrebbe coprire entrambi i generi) al maschile e poetessa al femminile, mentre si potrebbe tranquillamente dire la poeta;
- la lingua s’insinua nelle menti ed è uno strumento di riflessione;
- i sistemi linguistici sono molto elastici, è la mente che non lo è. Tanto che i neologismi vengono non di rado percepiti come sovversivi, anziché come un modo per combattere, ad esempio, il sessismo di genere. Una donna assessore, o ministro, o dottore potrebbe contribuire a farlo facendosi chiamare, magari, assessora [che, en passant, è sbagliato stando al correttore automatico] o ministra o dottora, il che sarebbe assolutamente plausibile dal punto di vista morfologico;
- l’italiano come lingua orale è tra le più giovani a livello europeo;
- le associazioni, come quella di linguistica applicata, controbilanciano il rischio di parcellizzazione della scienza e rispondono al bisogno di unire persone con gli stessi interessi. C’è, infatti, bisogno di confronto con la comunità scientifica, perché altrimenti la scienza diventa autoreferenziale;
- se non c’è confronto c’è pessima scienza;
- solo grazie al confronto la scienza diventa oggettivabile;
- dire linguistica e dire glottologia è la stessa cosa, ma in Italia di solito la glottologia ha a che fare con la linguistica storica.
- …
- avete idee su cui riflettere a proposito di Linguistica Applicata?
Useful Software for Transcriptions
Today’s post will help me leave a mark of what I have been busy with since Monday. After months of readings and recordings (not finished yet), the time is ripe for starting transcriptions and I need to find the software which best suits my needs.
To begin with, these are the main features I am looking for:
- a software for transcriptions which makes the transcribing activity easier (given that it is so time and energy consuming)
- an XML editor (possibly integrated in the above-mentioned software);
- a speech recognition software (possibly)
Despite my being happy with TEI-XML and Xaira, which I used for my Master’s Degree Thesis, I consider this 3 year PhD project as an opportunity to try and learn something new (or at least to test the hypothesis).
So, bearing in mind the pros and the cons of Xaira, I spent some time comparing what follows:
http://www.transana.org/index.htm
I have been told it is extremely useful to transcribe both video and audio files. It also enables you to align text and sound, and the interface is very user-friendly.
I installed it yesterday and it only took me half an hour to understand its main functions and to try and upload 6 episodes in 2 series of the DB I had created. For those of you who haven’t got a clue, a DataBase is, in my case, the DB of didactic recordings. A series may be represented by a specific exam I have recorded and an episode within this series would be the recording of single performances by students.
http://www.fblgroup.it/prodotti.html
This company develops and sells a number of “voice” products such as VoiceTranscribe, Voice Respeaker or VoiceReader. I have been told that VoiceRespeaker, in particular, may be worth trying, since it enables you to synchronize voice and text, obtaining a mixture of WAW and .txt
http://www.dragonvoicerecognition.com/
As far as I know, it is the best voice recognition software available. It works very well if properly trained but I have been told that, given that I deal with community interpreting involving either Italian and English or Italian and French, it may have problems in managing the continuous and quick switching from one language to the other.
http://www.exmaralda.org/en_index.html
I already knew this software, since I considered the possibility of using it also for my Master’s Degree Thesis. But, I quote:
Despite this reader-friendly display, I finally decided to only use TEI (www.tei-c.org), because I was more interested in looking for particular variables rather than in placing them on a timeline. Representing temporal relation with EXMARaLDA would have been time-consuming and I had no particular reason to make this effort. I was interested in signalling starts and ends, but I did not necessarily needed to account for the timing. Taking overlaps, for instance, knowing what was overlapping and where was what counted for me. The when variable does not play such a big role in my analysis, whereas it is basic to all EXMARaLDA transcriptions. The discrepancy between the basic assumptions of EXMARaLDA and my objectives made me turn decidedly to TEI Lite, which in Aston and Cencini (2002) had already proved to be a good encoding standard for interpreting data. (Niemants, 2008: 59)
I must also say that at the time Exmaralda seemed to be very complicated, but things are much easier now. This is what I understand from the website, where one has the opportunity to browse some of the corpora or to contact Dr. Bernd Meyer in order to receive a password (which is what I’ll do).
Just to have an idea of what Exmaralda is, click on the following link, then on one of the communications, and finally on Visualisation : [Partiture]
http://www1.uni-hamburg.de/exmaralda/files/demokorpus/corpus.html#ID0D01F6AF-57F3-858F-BA58-9A0D304D6A72
Is it not wonderful to listen to the audio while you read the transcript?
Moreover, if you are interested in TEI, as I am, you simply have to click on export [TEI] and this is what you will obtain:
http://www1.uni-hamburg.de/exmaralda/files/demokorpus/Royal/export/royal_TEI.xml
At first sight you may think that’s Arabic, but it isn’t. On the contrary! It’s machine-readable language, and also friendly user-readable language (provided that you use a style sheet).
The last lines should be words of gratitude to Gabriele Mack and Claudio Bendazzoli, who helped through my one-week software search, and who kindly provided extremely useful information.
If you have further details on the above-mentioned software, or if you know something different that may meet my desires, feel free to comment this post or to send me an email.
I haven’t made a decision yet, so any piece of advice is happily welcomed
The concept of “dialogue” in cross-linguistic and cross-cultural perspective by Anna Wierzbicka
Si tratta di un articolo sui generis, dove l’autrice, dopo aver passato in rassegna tutti I significati e le definizioni di “dialogo” riflette sulla sua diffusione globale e su come la valenza che gli si attribuisce abbia dei connotati culturali.
Aldilà del fatto che la fraseologia e le collocazioni della parola dialogo siano pressoché sovrapponibili in inglese e francese, in ogni lingua il vocabolario riflette l’esperienza collettiva e il pensiero dei suoi locutori. Questo fa sì che, nonostante una fraseologia parallela:
ENGLISH: Constructive dialogue, productive dialogue, ongoing dialogue, constant dialogue, to keep up a dialogue (with), to maintain a dialogue (with), to establish a dialogue (with), to resume a dialogue (with), to promote dialogue (with), to enter into dialogue (with), to be in dialogue (with), to open a dialogue (with), to open the door to a dialogue (with), to get a dialogue going (with), to break off the dialogue (with), to suspend the dialogue (with) and so on.
FRANCAIS: s’engager dans la voie du dialogue, participer au dialogue, entretenir un dialogue, rompre/interrompre un dialogue, rétablir le dialogue, renouer/relancer le dialogue, maintenir le dialogue, retour au dialogue, poursuite du dialogue, reprendre le dialogue, dialogue social, tentative de dialogue, un vrai dialogue, dialogue interrompu, encourager un dialogue, fruit d’un dialogue véritable, rupture du dialogue, espace de dialogue et ainsi de suite.
Inglese e francese differiscano a tal punto che, sempre rimanendo nella stessa area semantica, in inglese si può dire “to give a talk” mentre in francese si dovrà optare per “faire une communication” o “faire un exposé”, perché l’abitudine tipicamente anglosassone di fare delle presentazioni pubbliche informali non è altrettanto diffusa in Francia, dove il tutto ha carattere più formale.
Ora, visto e considerato il fatto che certi concetti sono intimamente legati alla cultura dei locutori e che le culture sono incommensurabili tra loro, afferma l’autrice, quando sii traducono tali concetti da una lingua e da una cultura all’altra si corre il rischio di usare una parola, ad esempio italiana, come “dialogo”, per spiegare un concetto russo e di sovrapporre il bagaglio di significati che la parola “dialogo” ha in Italia con quelli che ha in Russia, perdendo quindi il significato originario che uno scrittore russo voleva dare al suo testo.
E qui l’autrice cita l’esempio di Bakhtin, le cui idee “have been extremely influential in the West, but they have often been misunderstood – partly because they have been interpreted through the prism of English (and French) words like dialogue” (2006: 684).
Onde evitare questo problema, l’autrice [e qui onestamente mi discosto dalle sue posizioni] propone di lavorare con il Natural Semantic Metalanguage (NSM). Senza entrare nel dettaglio di questa metalingua semantica naturale, mi limito a dirvi che essa sta alla lingua come la tavola periodica degli elementi di Mendeleev sta alla chimica. In sostanza si tratta di una sessantina di elementi semantici universali che, combinati, dovrebbero spiegare tutte le parole e i concetti culturalmente connotati come dialogo.
Il condizionale è de mise, perché se anche l’idea è affascinante, quando andate a vedere quante parole ci vogliono per spiegare il concetto di “dialogo”, vi rendete conto di quanto la cosa sia infattibile.
Quindi, ricapitolando, l’articolo merita di essere letto ma con occhio critico. E le conclusioni che trae vanno meditate con calma:
As the explication of dialogue presented in this article shows, “dialogue” requires a particular set of assumptions, motivations, attitudes (to the subject matter and to one’s interlocutors), and a particular modus operandi (including a willingness to accept an extended time frame).
Above all, “dialogue” requires an effort to make ourselves understood, as well as try to understand, and here, the “right” attitudes, motivations, and so on, will not suffice. As NSM researchers have tried to show in many publications […] a search for mutual understanding may require a search for a new language, intelligible to all partners […] When we try to engage in dialogue, we need, first of all, to try to explain our own position. To do this effectively, we may need to strip ourselves of the complex language to which we are accustomed and which are normally taken for granted.
The closer the explanations get to the level of simple and universal human concepts the more comprehensible they will be to outsiders. If we as members of a particular group (cultural, religious, or any other) try to speak to others our own terminology and our complex but familiar constructs we will be talking to ourselves. To promote dialogue we will do well to promote the use of simple and universal human concepts. (2006: 700-701)
E qui, onestamente, l’autrice l’ha detta giusta. Anche pensando alla mia tesi di PhD, a prescindere dalla lingua in cui la scriverò, se davvero voglio far arrivare il messaggio a mediatori, pazienti ed operatori sanitari, dovrò parlare la loro lingua, non quella del mondo accademico. Food for though, tanto per cambiare
Wierzbicka, A. (2006). “The concept of “dialogue” in cross-linguistic and cross-cultural perspective”. In Discourse Studies, Vol. 8, No. 5. 675-703
Online version: http://dis.sagepub.com/cgi/content/abstract/8/5/675
13 luglio: seconda presentazione relazioni annuali
Ieri c’è stato il secondo appuntamento ufficiale con i dottorandi in Lingue e Culture Comparate che fanno capo alla Scuola di Dottorato in Scienze Umane dell’università di Modena.
A soli 4 mesi dal primo incontro, i dottorandi sono stati nuovamente invitati a fare il punto della situazione e a presentare l’evoluzione del loro progetto. Un’occasione feconda per fermarsi a riflettere e costringersi a tirare dei bilanci, a fare chiarezza, a giustificare le proprie scelte ed ammettere le proprie lacune (soprattutto al primo anno, dove ogni intervento da parte dei docenti è foriera di nuove piste di riflessione e di nuove letture).
Non entrerò nel merito di ogni intervento, ma mi limiterò a lasciare una traccia, sotto forma di appunti, del lavoro di ciascuno. Un po’ per schernire la cattiva memoria, un po’ per pubblicizzare gli sforzi di colleghi che con entusiasmo fanno il loro lavoro, un po’ per fornire a chi mi legge una geografia del dottorato in Lingue e Culture Comparate e qualche nome che, a chi fa ricerca nello stesso settore, potrebbe tornare utile (gli indirizzi email dei singoli dottorandi si trovano sul sito della Scuola di Dottorato in Scienze Umane.
Dottorandi 1° anno:
Angela Albanese, Lo cunto de li cunti di Basile
Rassegna delle varie traduzioni del cunto e dei giudizi su questo espressi (soprattutto da Croce, visto che, per dirla con Calvino, non si può parlare del Cunto senza parlare di Croce).
Panoramica frutto di un’approfondita Literature Review e di uno sguardo critico su autori i testi. Grande tifo (silenzioso) da parte dei colleghi del primo anno ![]()
Hostis: straniero (traduzione etnocentrica)
Hospes: ospite (ospitalità linguistica)
Rassegna cinematografica, dalla Cenerentola della Disney a Pretty Woman, da C’era una volta alla Gatta Cenerentola di De Simone, il tutto all’insegna della Remediation
Giro di domande: Marina Bondi, che invita a restringere il campo; Augusto Carli, che aggiungerebbe a quella di Ospite la nozione di Ostaggio
Soledad Bianchi, Didattica delle lingue – insegnamento a distanza e formazione mista (frontale + blended learning)
Una buona ricerca è fatta dal porsi le domande giuste/interessanti
Blended learning può essere vincente nel sistema universitario italiano e nel sistema società, ma è prima necessario monitorare la situazione. Tramite questionario, la dott.ssa Bianchi farà uno stato dell’arte in Italia e, possibilmente, all’estero. Seguiranno la valutazione e il diagnostico, tramite la formulazione di una serie di domande e la verifica delle rispettive ipotesi.
Messa in evidenza di come un approccio non escluda l’altro e di come il blended learning possa essere la summa di tutti gli aspetti positivi degli approcci adottati fino ad ora (escluso forse il lato economico, perché non è assolutamente vero che sia poco costoso).
Intervento di Augusto Carli, che premia l’entusiasmo ma manifesta un po’ di scetticismo e la invita a delineare in maniera più precisa i diversi stili didattici. Va altresì sottolineato che la ricerca è limitata all’insegnamento di una L2.
Intervento di Laura Gavioli, che consiglia di leggere un paio di riviste (es System). Importante fare un salto concettuale: non tecnologie super sofisticate ma studenti sempre più bravi ad utilizzarle.
Antonio Cangelosi, Collocazioni nel discorso accademico dell’architettura: lo spazio nei luoghi del vivere
Ambiti di ricerca principali: collocazioni (lessico, relazioni paradigmatiche e sintagmatiche, lessico mentale) e discorso accademico (genre analysis).
Probabile utilizzo di Wmatrix (fantastica la franchezza, quando il dott. Cangelosi ha ammesso che quanto appena descritto era “quanto promesso” dai produttori: sarà poi da vedere se quanto detto corrisponde al vero)
Software usati: Wordsmith Tool 5 e Sketch Engine
Presentazione ironica, soprattutto relativamente alle risposte (inesistenti) a certe domande tipo: gli architetti parlano di spazio abitativo? O ne parla chi fa design di interni?
Natacha Niemants, Community Interpreting: un confronto tra interpretazioni didattiche e reali
SCARICA LE SLIDE: Presentazione Evoluzion Progetto – 130709
Mi limito a lasciar parlare le slide e a fare memoria dei suggerimenti che mi sono stati dati, nel question time e a pranzo.
Augusto Carli mi ha suggerito di andare aldilà della nozione di Footing e di leggere qualcosa sull’Ethos comunicativo (troverete presto qualche riferimento in bibliografia).
Marina Bondi mi ha invece chiesto di esplicitare il legame tra fatti linguistici e skill esercitate in ambito formativo e professionale. In altre parole, se è vero che la mia ipotesi nulla è che le interpretazioni “didattiche” sono linguisticamente uguali alle interpretazioni “reali” per le variabili che andrò a testare, come faccio a stabilire un legame tra fatto linguistico e capacità messa in atto e quindi a testare l’ipotesi nulla secondo cui le skill nei dati “didattici” equivalgono alle skill nei dati “reali”?
Domanda pienamente giustificata, quella di Marina Bondi, alla quale non so ancora fornire una riposta. Ieri non ho potuto far altro che citare quanto emerso nella mia tesi di specialistica (summary of my dissertation), quando sulla base dell’analisi dei riferimenti in seconda persona e delle loro frequenze sono stata in grado di concludere che interpreti e giornalisti avevano un diverso atteggiamento nei confronti del pubblico e che laddove i primi rimanevano traduttori neutrali della notizia i secondi erano comunicatori attenti a coinvolgere il pubblico. Allo stesso modo, spiegavo ieri, spero di riuscire a esplicitare dei legami tra determinate variabili linguistiche e le capacità che sottendono il loro utilizzo.
La domanda della prof.ssa Bondi, ad ogni modo, si innesta su una riflessione più ampia sulle mie ricerche che è continuata anche in separata sede con la mia Tutor, Laura Gavioli. Il punto è che, una volta testata l’ipotesi nulla e verificato che, come credo, le interpretazioni “didattiche” sono diverse da quelle “reali” resta il problema di come insegnare questa “realtà”. Sulla scia della critica che Henry Widdowson fa a J.M. Sinclair, quando gli rimprovera il fatto che la pedagogia è una cosa e la realtà linguistica un’altra, dovrò capire se il fatto di non confermare l’ipotesi nulla sia davvero una cosa negativa o se invece è “giusto” che didattica e realtà differiscano. Potrebbe infatti emergere come, ai fini della veridicità comunicativa e dello sviluppo di certe skill, sia preferibile non ricreare la realtà ma piuttosto un contesto artificiale nel quale esercitare una skill utile nella realtà. Se è vero, ad esempio, che il community interpreter deve sviluppare delle capacità di coordinamento dell’interazione (vedi Wadensjö, 1998, a proposito dell’Interpreting as coordinating), potrebbe essere utile esercitare questa capacità mediante dei role play in cui lo studente fa l’intervistatore, più che l’interprete, e dove l’intervista diventa un contesto ideale per mettere in pratica una skill che sarà poi fondamentale dell’attività quotidiana di interprete.
Tutto questo è food for though e ve lo presento con la confusione che regna nella mia testa. Già il fatto di trovarmi di fronte allo schermo bianco mi aiuta a fare chiarezza e a lasciare su daily una traccia del mio pensiero in movimento. Se vi annoia non avete che da passare oltre
Dottorandi 2° anno:
Micòl Beseghi, Subtitling South-Asian diasporic films: a (socio)linguistic perspective
Presi in considerazione 5 film, che io ho capito solo in parte visto che sono arrivata in medias res.
Mi dispiace non rendere giustizia ad una presentazione convincente e pulita, dove l’esposizione si appoggiava su solide basi teoriche e dove numerosi sono stati i riferimenti proposti.
Ne ricordo uno tra tutti, ovvero Freddi e Pavesi, 2009 sulla trascrizione di dialoghi di film, ma non posso dirvi di più, perché la dott.ssa Beseghi ha purtroppo pagato il prezzo di parlare dopo pranzo, quando complici il ritardo e i primi effetti della digestione, il mio ascolto è stato limitato.
Federica Comastri, L’interazione mediata dall’interprete in ambito giuridico e turistico
Cambiamento rispetto a set di dati iniziali, che prevedeva contesti giuridici, sanitari ed educativi
Ricerca sull’ambito turistico è molto nuova..l’interprete turistico esiste in teoria ma non in pratica, perché è la guida turistica che avendo sviluppato una certa capacità fa da interprete.
Attenzione crescente da parte dei produttori e degli enti di promozione del territorio, che sono ovviamente preoccupati della capacità del loro “interprete” di promuovere la regione.
Ambito nuovo, che merita di essere studiato non solo dal punto di vista scritto (come è stato fatto fino ad ora, concentrandosi su guide turistiche e siti web) ma anche dal punto di vista orale (dove, a quanto pare, ci sono aspetti molto vicini all’interpretazione nel talk show o alla trattativa d’affari).
A questo punto dell’incontro, forte e crescente era intertestualità tra i contributi: così come io ho citato la piattaforma moodle, quindi Soledad, Federica ha citato elementi presentati anche da me, lasciandosi scappare più di una volta commenti del tipo: “Come ha detto Natacha”. A riprova di come, davvero, abbiamo qualcosa da imparare gli uni dagli altri o di come, gli studi di altri, possano confermare o screditare le nostre ipotesi di ricerca.
Vedi Bot 2003, a proposito della terza persona, che rafforzerebbe il ruolo di outsider degli interpreti.
Vedi Diriker 2004]
Elisabetta Quarta, Aspetto culturale del mouvement beur e soprattutto la produzione letteraria
Manca tutt’oggi uno studio completo su questo movimento
Produzione scrittori francesi di origine magrebina dagli anni 80 ad oggi.
La dott.ssa Quarta ha distribuito un handout, nella cui seconda pagina c’è l’indice del primo capitolo della tesi: fantastico!! Lei ha cominciato a scrivere al secondo anno!
Corrado Seidenari, Fraseologie valutative nel linguaggio della blogosfera
Ovviamente interessantissimo per una blogger come me.
Per fare vedere come è fatto un blog ha scelto quello di Linus, il che tradisce una passione comune per Radio DeeJay!
Italiano = quarta lingua nella blogosfera dopo Inglese, Cinese e Giapponese
900 mila nuovi post ogni giorno!!!
Ha parlato anche della testa alta – coda lunga (di tutti i blog che sono sostanzialmente ignorati dal pubblico)
Asse orizzontale (Individuale-Collettivo) e verticale (Personale-Attualità) lungo cui si posiziona un blog
Classificazione per finalità: blog-filtro (tipo approfondimenti dei media tradizionali, o articolo di spalla del quotidiano, circa un 13 %) vs blog-diario (dose maggiore di coinvolgimento interpersonale, argomenti attinenti alla sfera privata).
La maggioranza dei blog di serie A sono Blog filtro
[Quindi daily puntiamo a piazzarlo fra questi, se voi lo leggete ovviamente]
Blog di serie A hanno profilo professionale, gestiti da persone che vivono dei loro post [magari! Se qualcuno ogni tanto cliccasse sulle pubblicità!], ma tendono ad essere più statici dei blog diario, che sono costantemente aggiornati.
Prime considerazioni sul progetto: valutazione si concentra non solo nei post ma anche e soprattutto nei commenti. Parlando con il mio fidanzato (http://www.brgcom.it) ieri sera a proposito dei commenti come criterio di selezione dei blog più “popolari”, lui mi suggeriva di utilizzare http://www.compete.com/ oppure http://www.alexa.com/ che dovrebbero essere in grado di dire, sulla base dei loro campioni, quante visite fa un blog. Probabilmente Corrado ci avrà già pensato, ma se così non fosse è una possibilità.
Blog italiano più seguito è quello di Beppe Grillo, ed è probabilmente questo che determina il successo dell’italiano nella blogosfera, dove l’italiano se la gioca con lo spagnolo che è una lingua molto più globale (anche i dati sono più globali perché sparsi sulle 24 ore, mentre quelli italiani sono attivi nella fascia oraria corrispondente alla nostra giornata).
Knog = knowledge blog (quelli con un utilizzo didattico)
Vedi http://www.technorati.it/
“If Google is the Web’s reference library, Technorati is becoming its coffee house.” Time Magazine [questa citazione l’ho trovata io navigando per scoprire chi era il proprietario di Technorati]
Dottorandi 3° anno:
Francesca Zunino, Analisi ecolinguistica
Ha parlato più dei suoi libri, paper e convegni che del progetto e dal momento che si è già fatta abbastanza pubblicità da sola non aggiungo altro.
Segnalo solo che, essendo la dott.ssa Zunino alla fine del suo percorso, sono state fatte considerazioni tecniche sulla consegna di un elaborato che ha ormai preso una forma: per lei la deadline è il 31 dicembre 2009.
Il che significa che la mia, giusto per cominciare a fare mente locale, è il 31 dicembre 2011! Quindi sarà meglio che mi rimetta al lavoro!
Lezioni 5 giugno: Carli-Favilla-Palumbo
11.00-12.30: Augusto Carli ed Elena Favilla, Analisi della variazione sociolinguistica
14.00-17.00: Giuseppe Palumbo, Nuovi approcci interdisciplinari nei translation studies
Oggi sono davvero stanca. Ma non posso non fissare su daily gli appunti delle due lezioni di oggi, perché sotto punti di vista diversi sono entrambe fondamentali per le mie ricerche e per chiunque si interessi di lingua/e.
Scrivo innanzitutto per me, quindi, chiedendo a priori scusa per una forma non all’altezza dei contenuti proposti. Scrivo, come sempre, anche per i colleghi assenti, invitando chi mi segue d’oltralpe a contattare il Prof. Palumbo per avere qualche dritta su come avvicinarsi ai corpora
Scrivo, da ultimo, un po’ per tutti, perché se è vero come diceva Molière e ricordava oggi Carli che “tutto è linguistica”, allora è anche vero che tutti possono trovare in quello che segue qualcosa che li interpelli.
Partiamo, come lo hanno fatto in un brillante pas de deux i Professori Augusto Carli e Elena Favilla, da cosa siano la glottologia e la linguistica, due realtà spesso confuse in virtù del comune oggetto d’indagine.
La glottologia è la linguistica storica, quella che per intendersi ricostruisce la genealogia delle lingue. La linguistica è il lavoro scientifico fatto sulla e attraverso la lingua. Entrambe studiano il linguaggio, una facoltà specifica dell’homo sapiens sapiens che è nata dal fatto che l’uomo è un essere sociale che solo non può vivere.
E qui è partita una raffica di domande da parte di noi dottorandi. Per la prima volta con tale forza, l’interesse del “pubblico” per la disciplina ha impedito ai professori di seguire il programma prestabilito. Tante interruzioni, tutte felicemente accolte ho scoperto in separata sede, hanno costellato la “griglia” proposta da questa vincente accoppiata di prof.
Si è riflettuto, ad esempio, su come la facoltà del linguaggio sembri associata all’area sinistra del cervello, ma questo indipendentemente dal canale. Tanto che anche i sordo-muti, che pur non pronunciano parole, quando comunicano attivano quella parte del cervello. Da questa riflessione è nata una discussione su cosa sia la comunicazione, e sulle sue componenti verbale, non verbale e para verbale, e soprattutto sul perché la componente verbale abbia preso, nell’uomo, il netto sopravvento sulle altre due.
Carli suggeriva come questa prevalenza sia spiegata dall’economicità del verbale rispetto alle altre due forme e la Favilla sottolineava come anche alcuni animali, che pur non usano il linguaggio, attivino la stessa area sinistra ma per fare altro.
Insomma, regna ancora il mistero su quella che è, forse, la principale caratteristica dell’uomo. Quello che si sa è che esiste un periodo critico, che a seconda dei pareri degli esperti va dai 5 ai 12 anni, nel quale l’uomo attiva la funzione del linguaggio. Se questo qualcosa di misterioso dell’emisfero sinistro non viene sollecitato entro i 12 (e forse anche meno) anni, allora l’uomo non sviluppa la capacità linguistica (vedi tutti i casi di bambini “selvaggi”).
Come una granata, da queste riflessioni ne sono esplose molte altre. Non posso certo seguire tutti i percorsi disegnati dalle nostre domande e dalle loro risposte, ma fornisco a voi e a me stessa un sunto schematico di quanto è emerso.
- gli uomini sono tutti uguali e monotonamente uguali – diceva Carli – tanto che si accaniscono a trovare delle differenze, anche minime, tra di loro;
- per acquisire un linguaggio non deve esserci necessariamente un insegnamento esplicito, basta un’esposizione ad un input linguistico. Qui occorre però precisare che esiste una grossa differenza tra acquisizione e apprendimento, laddove la prima è il processo che avviene nei primi 12 anni di età circa, mentre la seconda è quello che noi comunemente chiamiamo “studiare una lingua straniera”;
- negli anni i soggetti possono sviluppare dei filtri che ostacolano l’apprendimento di una L2. Immaginate, per praticità, un ragazzo di 30 anni che mostri una forte resistenza all’apprendimento della lingua inglese in contesti classici come la “classe”. Lo stesso ragazzo mostra, invece, una grande facilità ad apprendere il francese in “casa”, dove è sommerso di input linguistici diversi e dove l’apprendimento ha una forte componente affettiva. Ebbene, per mia sorpresa quotidiana, visto che questo ragazzo è il mio, il soggetto dimostra una grande facilità ad imparare una lingua che, così, non è in alcun modo associata alla grammatica, ma vissuta nell’esperienza diretta. Difficile è per lui imparare in maniera sistematica, ad esempio, la coniugazione del verbo essere, avere o di quelli del primo gruppo. Mentre nei momenti più impensati, tirerà fuori con facilità un’espressione, sentita chissà dove e chissà quando, che è perfetta per una determinata situazione comunicativa (vi darò maggiori dettagli mano a mano che li scopro
);
- quando il bambino va alla scuola elementare (5-6 anni di età) il processo di acquisizione linguistica è già completo [quindi, genitori, vedete di parlare decentemente, che sennò se vostro figlio non coniuga naturalmente i verbi al congiuntivo è in parte colpa vostra!!];
- l’acquisizione non è pura imitazione, il che è dimostrato da “errori” di lingua come “dicete”, da neologismi come “budinaio” e dalla produzione di frasi nuove;
- il gene FOXP2 è quello responsabile della capacità linguistica;
- complesso è il rapporto tra linguaggio e pensiero, tra lessico e pensiero e tra sintassi e pensiero e comunque sia non esiste una relazione 1:1 tra lingua e pensiero, il che è abbastanza ovvio per chi faccia traduzioni;
- il relativismo è la qualità imprescindibile di ogni attività scientifica, e la perversione del nazionalismo è stata proprio quella di promuovere 1 popolo, 1 nazione, 1 lingua, mostrandosi quindi intollerante verso la diversità e molteplicità linguistica.
Fautore del pluralismo a parole e a fatti, poiché ha una bellissima pronuncia in francese e in inglese, Augusto Carli ha concluso questa lezione a quattro mani sottolineando come la competenza linguistica sia ben distinta dalla competenza comunicativa. Se è vero che la prima si acquisisce nei primi anni di età, la seconda è un processo in fieri che non si esaurisce mai.
Il che si ricollega alla malinconia del traduttore raccontata da Nasi, e ai nuovi approcci nei translation studies di Palumbo, visto che la traduzione è parimenti un divenire e che la conoscenza di più lingue da parte del traduttore-interprete non fa che amplificare l’imperfezione della competenza comunicativa all’ennesima potenza.
Ora, ho cominciato dicendo che sia la lezione di Carli e Favilla di cui sopra che quella di Palumbo di cui sotto sono fondamentali per le mie ricerche e per qualsivoglia linguista. Vediamo quindi in che senso Palumbo mi ha arricchita e interpellata oggi.
Mentre scrivo a mente fredda mi vengono in mente due cose.
La prima è un dettaglio tecnico, che l’atto presente di scrittura richiama alla mia mente. Palumbo ci ha raccontato, infatti, che nell’ambito degli studi empirici sulla traduzione, quelli che sempre più si concentrano sul soggetto, vengono utilizzati a) eye tracker per verificare su cosa, di un testo, si posa maggiormente lo sguardo di un traduttore; b) software specifici che permettono di ricostruire le varie versioni del traduttore. Ci penso ora che, vista la stanchezza e l’ambiente decisamente poco favorevole del treno, non faccio altro che tornare su quel che ho scritto, cancellando, aggiungendo e apportando delle modifiche al testo. Ora non sapevo, e la cosa mi sembra interessantissima, che si potessero recuperare tutti questi “movimenti” sul testo e penso condividiate il mio entusiasmo rispetto a dei software che molto possono dirci di come il traduttore lavora ed arriva alla versione finale.
La seconda cosa che mi rimbomba in testa mentre cerco di ricostruire il contenuto della lezione è che per la prima volta, dopo 7 anni che faccio translation e interpreting studies, qualcuno mi ha fornito una visione d’insieme, un quadro generale sulle diverse posizioni e i diversi approcci possibili.
Solo oggi mi sono resa conto di come, ovviamente direte voi, ogni professore mi abbia trasmesso e inculcato la sua visione delle cose, senza preoccuparsi di fornirmi delle alternative tra cui scegliere la mia strada. Ringrazio quindi il Professor Palumbo per avermi in un certo qual modo aperto gli occhi, o se non altro fornito degli strumenti (tra cui tutta una serie di volumi che citerò tra poco) per riscegliere in maniera più critica ciò che ho abbracciato fino ad ora, o magari per capire che la mia strada è un’altra. E ringrazio Guy Aston, che questo ha cercato di dirmi più di 5 mesi fa, anche se lo capisco appieno solo ora. Sii critica rispetto a quello che vedi, senti e leggi – mi ha detto in una delle nostre conversazioni alla Bateson – cosa che non è semplice da fare quando ci si sente sovrastare da una materia che non si padroneggia, quando ci si sente troppo “piccoli” per giudicare criticamente certi contenuti e certe posizioni, per affermare la propria stradina tra le autostrade tracciate dagli altri.
Ma sto imparando piano piano anche io e per quanto sia un processo infinito già posso dire di essere “migliorata”. Se infatti leggete le Book Reviews, vi rendete conto di come sono passata da un ossequioso tribute all’autore ad una mia visione della cosa.
Tornando a Palumbo, visto che sono già a Forlì e devo stringere, vi riassumo i punti toccati così che possiate scorgere, in filigrana, l’evoluzione di una disciplina, quella dei translation studies, che è partita insieme agli interpreting studies, per poi marcare una netta divisione, e infine ritrovare un’unità. Tanto che alcuni apporti degli interpreting studies, come ad esempio l’attenzione rivolta al soggetto, sono stati integrati nei translation studies, il cui oggetto di studio è per così dire passato dalla lingua (trasferimento linguistico), ai testi (comunicazione), alle persone (sociologia della traduzione e agency).
- albori della disciplina negli anni 40, quando si afferma la fede di poter tradurre;
- fino agli anni 70 la traduzione è stata vista come un ambito della linguistica applicata;
- il libro “Stylistique comparée du français et de l’anglais” ha fatto scuola e fornito i nomi di processi traduttivi che ancor oggi così vengono designati;
- agli inizi della disciplina c’era un approccio prescrittivo (si cercavano degli equivalenti) che ha poi negli anni 70 lasciato spazio ad un approccio descrittivo;
- una tappa importante in questo processo di evoluzione verso il descrittivo è rappresentata dalla formulazione di equivalenti dinamici o funzionali, quando Nida ha cominciato ad insistere sull’importanza dell’effetto prodotto sul destinatario;
- Holmes e Toury sono stati tra i primi a dire che la traduzione deve essere osservata. Al primo si deve, poi, la celebre map of translation studies, dove lo studioso distingue tra Thorical TS, Descriptive TS e Applied TS. Secondo Holmes, e questo è ad oggi criticato e criticabile, solo i TTS e i DTS sono “pure branches of research”, quindi la didattica della traduzione, la valutazione della qualità o la compilazione di dizionari non sarebbero secondo lui ricerca pura. Aldilà di alcune posizioni più o meno condivisibili, Holmes e Toury hanno avuto il merito di mettere in evidenza come la ricerca sulla traduzione debba essere empirica, cosa su cui sembrano concordare entrambi i filoni attuali dei translation studies, quello linguistico-descrittivo e quello culturalista;
- studiare la traduzione significa studiare delle relazioni molteplici:
o Quella tra testo di partenza e testo di arrivo
o Quella tra testo di arrivo e testi non tradotti nella stessa lingua di arrivo
o Quella tra traduzione e traduttore
o Quella tra traduzione e mezzo (uomo e/o macchina)
o Quella tra traduzione e lettori (vedi discorso sulle norme traduttive)
- Pur in tutte le evoluzioni, resta il fatto che la traduzione è una questione interdisciplinare e che ad oggi è la sociologia ad avere un ruolo importante (tanto che, per dirla con il prof, le mie ricerche sono di moda
)
- Non si traduce nel vuoto, ma sempre esiste un orizzonte traduttivo, fatto di coordinate e di vincoli, che Palumbo sta cercando di sistematizzare e che sono di ordine semiotico, sociologico e operativo. Sarà difficile, come ammetteva lui stesso oggi, stabilire se vincoli come il tempo o il compenso economico (che sono fondamentali per il traduttore di oggi) siano di tipo sociologico o operativo, perché in questo, come in altri casi, i vincoli sono a cavallo di più etichette e difficilmente sistematizzabili.
Aspettando il paper o il volume in cui, mi auguro presto, Palumbo risolverà questi interrogativi, ecco una serie di libri che dovremmo procurarci:
Memes of translation * e l’articolo “Translation as an object of research” * di Andrew Chesterman
Teaching and researching translation * di Basil Hatim
Key terms in translation studies di Giuseppe Palumbo
Encyclopedia of translation studies della Routledge
The Translation studies reader di Venuti
Dictionary of translation studies di Shuttleworth
The map. A beginners guide to doing research in translation studies di Chesterman e Williams
La médiation et la didactique des langues et des cultures a cura di Danielle Lévy et Geneviève Zarate
Si la médiation fait partie d’une logique de l’entre-deux, elle ne peut être confondue avec celle du « juste milieu ». A l’opposé d’une position idéalisée où être à mi-chemin entre les deux parties signifie neutralité, sorte de no man’s land de la pensée, le médiateur occupe une position spécifique, celle d’un acteur dûment mandaté pour la résolution d’un conflit dont les protagonistes n’ont plus la maîtrise. Sa position doit évoluer vers celle d’un tiers, garant d’un espace de communication effectif, lien parfois ténu, masi lien tout de même, par où peut transiter un échange, même minimum. Si l’on admet que plus la situation est conflictuelle, plus les compétences du médiateur sont sollicitées et tendent à être développées, un conflit aigu est une source informative importante pour décrire les activités de médiation. (p. 175)
Ho iniziato questo numero speciale della rivista “Le Français dans le monde” (NUMERO SPECIAL JANVIER 2003) con la riluttanza di chi, abituato all’asciutto stile anglofono, dubita della scientificità di un ragionare più involuto e meno pragmatico quale quello italiano e francese. Mi sono dovuta ricredere!
Questo volumetto di facile e rapida consultazione è, pur con alcune inevitabili pecche (conclusioni tratte sulla base di 5 interviste a mediatori non sono da me percepite come credibili, ma ammetto di avere una propensione quantitativo-qualitativa), una fucina di spunti di riflessione e frasi da citazione.
Ammetto di non aver letto ogni articolo con pari attenzione, perché ho selezionato a monte i contributi che mi sarebbero tornati utili. Parlo volontariamente di utilità, poiché se dovessi leggere e studiare in base ai miei interessi, mi ci vorrebbe almeno una vita per redigere la mia tesi di dottorato. Un po’ per il lavoro che faccio un po’ per il mio carattere, tutto (eccezion fatta per la chimica, forse) mi interpella e “mi costruisce” in un modo o nell’altro. Quindi urge un’attenta selezione di ciò per cui vale la pena investire il proprio tempo e le proprie forze.
Dopo aver spulciato l’indice, ho deciso di investire entrambi nei seguenti articoli:
Le traducteur est-il un médiateur? Di Antonella Leoncini-Bartoli
Quelle est la perception des « interprètes médiateurs culturels » de leur rôle et de leurs compétences ? di Aline Gohard-Radenkovic
La médiation diplomatique est-elle compatible avec la médiation interculturelle ? di Danielle Londei
Médiation culturelle et linguistique au Centre européen pour les langues vivantes di Hermine Penz
La médiation en situation de tension identitaire di Geneviève Zarate
La médiation dans le champ de la didactique des langues et des cultures di Danielle Lévy e Geneviève Zarate
Vi risparmio le numerose citazioni che ho come al solito diligentemente ricopiato in un documento che mi dovrebbe rendere le cose più semplici e veloci al momento della stesura. Condivido però l’impressione generale che da questo certosino lavoro di ricopiatura deriva.
Anzitutto forte è la sensazione di confusione intorno ad un termine, un’etichetta che, come ricordavo altrove, include tutto e niente: mediazione.
Ai fini della tesi di dottorato sarà fondamentale chiarire quale è il senso che io, sulla base di quanto detto da altri of course, attribuisco a figure come il mediatore, l’interprete, l’interprete-mediatore. I tempi non sono ancora maturi per dirvi con certezza quale sarà la mia posizione, ma sembrano affermarsi in me tre diversi ruoli dai confini ancora molto offuscati.
Da una parte il mediatore, cioè la persona a sua volta immigrata, ma ormai inserita nella cultura ospite che fa da tramite tra due lingue e due culture. Questa è, dall’idea che mi sono fatta fino ad ora, la figura più frequente negli ospedali italiani e come tali si descrivono gli stessi interessati.
Dall’altra l’interprete, cioè una persona che ha seguito un corso professionalizzante, sia esso in interpretazione di conferenza o in community interpreting, sia a livello universitario che parauniversitario.
Nel mezzo l’interprete-mediatore, un binomio volutamente trainato dalla parola interprete. Perché se è vero che l’interprete-mediatore è per come la vedo io il punto di congiunzione tra le due figure prima descritte, è vero anche che questo binomio è probabilmente meglio raggiungibile se si viene da una formazione in interpretazione. Detta in altre parole, un interprete può acquisire le competenze di un mediatore, quelle che, in un certo qual modo spero di mettere in luce con la mia tesi, ma il viceversa non è necessariamente vero.
Quindi, alla luce delle letture fatte, urge una definizione di cosa io nella mia tesi intenderò per mediazione. Così come urge una definizione di cosa io intendo per cultura, sulla scia di quello che Danielle Londei, Professore straordinario di Lingua Francese presso la SSLMIT di Forlì e Vice Presidente dell’Alliance Française di Bologna e della Federazione della Alliance Française in Italia, fa nel suo contributo sulla mediazione diplomatica.
Urge poi, ma non così tanto visto che sono solo al primo anno, una decisione in merito alla struttura da dare al mio pensiero. Colpisce, infatti, sgranando uno dopo l’altro gli articoli di questo numero speciale, la diversa strutturazione del contributo di Hermine Penz. A prescindere dal contenuto, per altro molto interessante e vicino alle mie pospettive conversazionaliste, questo articolo mi ha colpita perché per così dire “mi ci ritrovavo”, mi suonava famigliare. Indovinate un po’? Alla fine ho scoperto che era una traduzione dall’inglese!
A riprova di quanto emerso nella lezione della Hornung della settimana scorsa, è proprio vero che ogni lingua ed ogni tradizione culturale organizzano le informazioni in maniera diversa. Se voglio essere letta, e capita, dovrò quindi comprendere per chi scrivo in prevalenza, e rivolgermi a questi “lettori target” nella maniera che loro si aspettano.
Senza però, mi auguro almeno, dovermi iscrivere ad un corso in medicina come ha fatto la Cambridge, perché altrimenti non ne vengo più fuori:)
PS
È bellissimo vedere come, petit à petit, sto entrando nell’argomento..vedere come certi nomi ricorrono, quasi famigliari, quasi a conferma del fatto che mi sto muovendo nella direzione giusta..Antonella Leoncini-Bartoli cita Antoine Berman, lo stesso citato da Nasi la settimana scorsa; similmente Hermine Penz cita Clyne, lo stesso citato dalla Hornung..e questi sono solo due dei tantissimi esempi..
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