Translation
Lettera aperta al Ministro Brambilla
Se siete traduttori o interpreti, o studenti in procinto di diventarlo, sono sicura che questa lettera aperta al Ministro Brambilla sarà tristemente interessante anche per voi (ammesso che la riattivino e che voi riusciate a leggere, e firmare, lo scritto quanto mai veritiero di una collega che ha parlato a nome di tutti noi).
http://firmiamo.it/lettera-aperta-brambilla
Cariche Universitarie
Non so se si tratta di un mio problema o se è una questione condivisa, ma ogni qual volta mi appresto a tradurre ad un convegno mi sorgono dei dubbi sulle cariche universitarie e sui diversi tipi di laurea.
È una di quelle cose che semplicemente do per scontata, tanto che non la inserisco in nessuno dei glossari. Poi, però, quando guardo il programma o le biografie degli oratori o, ancor peggio, quando sono già in cabina, mi vengono i dubbi.
Vorrei quindi, possibilmente con il vostro aiuto, trancher la question una volta per tutte.
Partendo dal basso:
Ricercatore Universitario
FR: Chercheur
EN: Researcher
Professore Associato o di II fascia
FR: Agrégé?? [associé è un'altra cosa, a quanto mi risulta]
EN: Associate professor
Professore Ordinario o di I fascia
FR: Professeur ordinaire
EN: Full professor (having the chair of X)
Laurea triennale
FR: License
EN: Bachelor’s Degree
Laurea specialistica / magistrale
FR: Master
EN: Master’s Degree
Come vedete i dubbi sono soprattutto in merito alla traduzione francese di Professore associato, ma anche delle altre soluzioni non ho la completa certezza.
Quindi sentitevi liberi di correggere e di avanzare le vostre proposte
PS Eccovi un suggerimento arrivatomi via mail da un attento ed assiduo lettore di daily, Michele, che ci propone una tabellina di corrispondenze tra Inglese Britannico e Inglese Americano:
www.ted.com
Il payoff del sito http://www.ted.com/ la dice lunga sul suo contenuto: ideas worth spreading, cioè idee che vale la pena diffondere.
Ringraziando la blogger che me lo ha segnalato e che nel suo ultimo post commenta uno splendido discorso di Chimamanda Adichie, vi invito a consultare questa straordinaria cornice di contenuti e ad ascoltare gli avvincenti discorsi (riveting talks) pronunciati da persone notevoli (by remarkable people) che grazie al TED sono liberamente fruibili in rete..
PS Se qualcuno di voi, interpreti e traduttori, avesse qualche oretta per il volontariato, sul sito del TED c’è tanto da tradurre
You know you’re a translator when…
1- You get the same empty stare after answering the question “What do you do?” or “What do you study?”
2- People tell you “So… Translator… You just study a foreign language? You work as a teacher, right? What else do you do? How many languages do you speak?”
3- People ask you how to say something in a different language, because a translator is supposed to have learnt the whole dictionary by heart…
(Translator ≠ WALKING DICTIONARY)
4- You admit you suck at maths.
5- You know how to use Trados, Wordfast, etc.
6- Sleeping is not as important as deadlines.
7- You realise that you can’t avoid learning new things all the time with each text you translate.
8- You learn to loathe gerunds and false friends.
9- You know Alicia Zorrilla.
10- You’re aware of issues such as gender and political correctness, which no one around you seems to care about.
11- You frequently have nightmares in which you’re chased by Saussure, Chomsky, Halliday or Pinker.
12- You find certain words, expressions or translations utterly amusing… Yes, you laugh at words.
13- …
There are 26 more reasons why We are Translators (and Interpreters), and I’m sure you’ll laugh at following ones on: http://rominantica.spaces.live.com/blog/ or on Facebook (where reasons keep on growing in the group called “You know you’re a translator when…”)
PS Thanks to the person inviting me to this facebook group gathering people with a common interest in languages
Lost in translation…
Non mi intendo di traduzione filmica, e la mia conoscenza dell’abito mediatico si è fermata alla mia tesi di laurea specialistica.
Ma magari qualcuno di voi è interessato, quindi vi rimando all’articolo che Fabrizio Tognetti ha scritto per Repubblica sulle traduzioni dei titoli dei film stranieri: “Lost in translation, quelle strane traduzioni…”
E ringrazio la persona che mi ha segnalato il pezzo
Un’altra traduzione giuridica
Dopo la traduzione giuridica consegnata in data 08/01/2009 mi ero ripromessa di non accettare MAI più delle traduzioni legali.
Ma siccome le sfide fanno parte del mestiere e l’emicrania mi ha finalmente dato una tregua, ho accettato di tradurre una breve denuncia di credito dall’italiano al francese.
Così ho fatto tesoro di quanto avevo imparato in passato, e riutilizzato molte delle risorse elencate in un vecchio post dedicato al decreto ingiuntivo. In particolare:
http://www.granddictionnaire.com/
http://iate.europa.eu/
http://www.dictionnaire-juridique.com/
Googlando l’espressione “déclaration de créances“, traduzione francese di “denuncia di credito“, ho poi trovato questo sito dedicato ai “creatori e capi d’azienza”: http://www.netpme.fr/
Seguendo il link potrete leggere un facsimile di Déclaration de créances après jugement de liquidation ou redressement judiciaire: http://www.netpme.fr/lettres-conseils/doc_41-declaration-de-creances-apres-jugement-liquidation-ou-redressement-judiciaire.html
Sperando di fare cosa utile e gradita, condivido alcune proposte di traduzione e auguro a tutti una buona giornata
Spett.le > Société
Risanamento giudizionario > Redressement judiciaire
Sentenza del Tribunale di Commercio > Jugement du Tribunal de Commerce
Sede legale > Siège statutaire
Legale rappresentante pro tempore > Représentant légal pro tempore
Creditore > Créancier
Interessi legali > Intérêts légaux
Saldo > Règlement
Omesso pagamento > Non paiement
Con la massima osservanza > Avec notre parfaite considération
Si allegano > L’on produit
Codice deontologico ed etica professionale
Si fa un gran parlare di etica professionale e di codici deontologici. Ammetto di non aver ancora trovato un elenco di principi nei quali mi ritrovo appieno e riconosco il fatto che a volte, più che in uno scritto, ciascun interprete debba pescare nel proprio buon senso e nei valori che lo abitano a prescindere dal contesto, sia esso personale o lavorativo.
Ma se non lo avete già fatto vi invito a leggere la National Standard Guide for Community Interpreting Services, che trovate, inter alia, nel sito del Critical Link alla pagina http://www.criticallink.org/itoolkit.asp?pg=RECENT_CLC_ACTIVITIE.
Per quanto sia incentrata sul Community Interpreting, questa guida è un punto di riferimento essenziale per chiunque eroghi e richieda servizi linguistici (siano essi traduzioni, interpretazioni simultanee, interpretazioni consecutive, chuchotage, community interpreting etc.)
“Culture et Comportement” de Geneviève Vinsonneau
C’est en sensibilisant les individus au relativisme culturel qu’on peut développer leurs capacités à s’ouvrir à ce qui est différent, dans un sens positif et non dans le sens restrictif de la tolérance ; à éviter les jugements de valeur, à appréhender sans répugnance les codes culturels étrangers, en acceptant leur légitimité sans nécessairement avoir à les adopter pour soi. Car nul étalon n’existe, en effet, pour évaluer les faits de culture.
Les cultures sont irréductibles les unes aux autres, les options et philosophies de l’existence qui les traversent échappent à toute possibilité de hiérarchisation (sur la base d’une argumentation rationnelle qui ne soit pas discutable).
Les cultures ne sont pas des entités stables, substantielles, elles doivent donc être envisagées dans la dynamique de leurs échanges et de leurs transformations. (p. 149) Je cite cette page du livre un peu en réaction à ce que Monsieur Lionel Dersot a écrit il y a quelques jours à propos des « pompeux ouvrages de l’interculturalité qui s’avèrent “en pratique” insuffisants ».
Tout en partageant ses positions en quelque sorte, je pense que certains de ces ouvrages ont tout de même le mérite d’ouvrir les yeux de ceux qui n’ont malheureusement pas la chance de voyager et de connaître l’Autre de près. Ils ont le mérite, comme ce livre de Geneviève Vinsonneau d’ailleurs, de porter des exemples et des réflexions qui aident les lecteurs à bouleverser leur système de valeurs et à ne plus rien donner pour acquis et escompté. C’est le cas de la linéarité du temps dont il est question au Chapitre 4 (page 78) ou de l’opposition entre bien et mal, dont on parle au Chapitre suivant (page 103).
Je vous laisse donc découvrir ce texte avec la surprise qui a accompagné ma lecture et avec la satisfaction, j’espère, que j’ai ressentie à la conclusion. Vinsonneau, G. (1997). Culture et Comportement. Paris: Armand Colin
Lezioni 5 giugno: Carli-Favilla-Palumbo
11.00-12.30: Augusto Carli ed Elena Favilla, Analisi della variazione sociolinguistica
14.00-17.00: Giuseppe Palumbo, Nuovi approcci interdisciplinari nei translation studies
Oggi sono davvero stanca. Ma non posso non fissare su daily gli appunti delle due lezioni di oggi, perché sotto punti di vista diversi sono entrambe fondamentali per le mie ricerche e per chiunque si interessi di lingua/e.
Scrivo innanzitutto per me, quindi, chiedendo a priori scusa per una forma non all’altezza dei contenuti proposti. Scrivo, come sempre, anche per i colleghi assenti, invitando chi mi segue d’oltralpe a contattare il Prof. Palumbo per avere qualche dritta su come avvicinarsi ai corpora
Scrivo, da ultimo, un po’ per tutti, perché se è vero come diceva Molière e ricordava oggi Carli che “tutto è linguistica”, allora è anche vero che tutti possono trovare in quello che segue qualcosa che li interpelli.
Partiamo, come lo hanno fatto in un brillante pas de deux i Professori Augusto Carli e Elena Favilla, da cosa siano la glottologia e la linguistica, due realtà spesso confuse in virtù del comune oggetto d’indagine.
La glottologia è la linguistica storica, quella che per intendersi ricostruisce la genealogia delle lingue. La linguistica è il lavoro scientifico fatto sulla e attraverso la lingua. Entrambe studiano il linguaggio, una facoltà specifica dell’homo sapiens sapiens che è nata dal fatto che l’uomo è un essere sociale che solo non può vivere.
E qui è partita una raffica di domande da parte di noi dottorandi. Per la prima volta con tale forza, l’interesse del “pubblico” per la disciplina ha impedito ai professori di seguire il programma prestabilito. Tante interruzioni, tutte felicemente accolte ho scoperto in separata sede, hanno costellato la “griglia” proposta da questa vincente accoppiata di prof.
Si è riflettuto, ad esempio, su come la facoltà del linguaggio sembri associata all’area sinistra del cervello, ma questo indipendentemente dal canale. Tanto che anche i sordo-muti, che pur non pronunciano parole, quando comunicano attivano quella parte del cervello. Da questa riflessione è nata una discussione su cosa sia la comunicazione, e sulle sue componenti verbale, non verbale e para verbale, e soprattutto sul perché la componente verbale abbia preso, nell’uomo, il netto sopravvento sulle altre due.
Carli suggeriva come questa prevalenza sia spiegata dall’economicità del verbale rispetto alle altre due forme e la Favilla sottolineava come anche alcuni animali, che pur non usano il linguaggio, attivino la stessa area sinistra ma per fare altro.
Insomma, regna ancora il mistero su quella che è, forse, la principale caratteristica dell’uomo. Quello che si sa è che esiste un periodo critico, che a seconda dei pareri degli esperti va dai 5 ai 12 anni, nel quale l’uomo attiva la funzione del linguaggio. Se questo qualcosa di misterioso dell’emisfero sinistro non viene sollecitato entro i 12 (e forse anche meno) anni, allora l’uomo non sviluppa la capacità linguistica (vedi tutti i casi di bambini “selvaggi”).
Come una granata, da queste riflessioni ne sono esplose molte altre. Non posso certo seguire tutti i percorsi disegnati dalle nostre domande e dalle loro risposte, ma fornisco a voi e a me stessa un sunto schematico di quanto è emerso.
- gli uomini sono tutti uguali e monotonamente uguali – diceva Carli – tanto che si accaniscono a trovare delle differenze, anche minime, tra di loro;
- per acquisire un linguaggio non deve esserci necessariamente un insegnamento esplicito, basta un’esposizione ad un input linguistico. Qui occorre però precisare che esiste una grossa differenza tra acquisizione e apprendimento, laddove la prima è il processo che avviene nei primi 12 anni di età circa, mentre la seconda è quello che noi comunemente chiamiamo “studiare una lingua straniera”;
- negli anni i soggetti possono sviluppare dei filtri che ostacolano l’apprendimento di una L2. Immaginate, per praticità, un ragazzo di 30 anni che mostri una forte resistenza all’apprendimento della lingua inglese in contesti classici come la “classe”. Lo stesso ragazzo mostra, invece, una grande facilità ad apprendere il francese in “casa”, dove è sommerso di input linguistici diversi e dove l’apprendimento ha una forte componente affettiva. Ebbene, per mia sorpresa quotidiana, visto che questo ragazzo è il mio, il soggetto dimostra una grande facilità ad imparare una lingua che, così, non è in alcun modo associata alla grammatica, ma vissuta nell’esperienza diretta. Difficile è per lui imparare in maniera sistematica, ad esempio, la coniugazione del verbo essere, avere o di quelli del primo gruppo. Mentre nei momenti più impensati, tirerà fuori con facilità un’espressione, sentita chissà dove e chissà quando, che è perfetta per una determinata situazione comunicativa (vi darò maggiori dettagli mano a mano che li scopro
);
- quando il bambino va alla scuola elementare (5-6 anni di età) il processo di acquisizione linguistica è già completo [quindi, genitori, vedete di parlare decentemente, che sennò se vostro figlio non coniuga naturalmente i verbi al congiuntivo è in parte colpa vostra!!];
- l’acquisizione non è pura imitazione, il che è dimostrato da “errori” di lingua come “dicete”, da neologismi come “budinaio” e dalla produzione di frasi nuove;
- il gene FOXP2 è quello responsabile della capacità linguistica;
- complesso è il rapporto tra linguaggio e pensiero, tra lessico e pensiero e tra sintassi e pensiero e comunque sia non esiste una relazione 1:1 tra lingua e pensiero, il che è abbastanza ovvio per chi faccia traduzioni;
- il relativismo è la qualità imprescindibile di ogni attività scientifica, e la perversione del nazionalismo è stata proprio quella di promuovere 1 popolo, 1 nazione, 1 lingua, mostrandosi quindi intollerante verso la diversità e molteplicità linguistica.
Fautore del pluralismo a parole e a fatti, poiché ha una bellissima pronuncia in francese e in inglese, Augusto Carli ha concluso questa lezione a quattro mani sottolineando come la competenza linguistica sia ben distinta dalla competenza comunicativa. Se è vero che la prima si acquisisce nei primi anni di età, la seconda è un processo in fieri che non si esaurisce mai.
Il che si ricollega alla malinconia del traduttore raccontata da Nasi, e ai nuovi approcci nei translation studies di Palumbo, visto che la traduzione è parimenti un divenire e che la conoscenza di più lingue da parte del traduttore-interprete non fa che amplificare l’imperfezione della competenza comunicativa all’ennesima potenza.
Ora, ho cominciato dicendo che sia la lezione di Carli e Favilla di cui sopra che quella di Palumbo di cui sotto sono fondamentali per le mie ricerche e per qualsivoglia linguista. Vediamo quindi in che senso Palumbo mi ha arricchita e interpellata oggi.
Mentre scrivo a mente fredda mi vengono in mente due cose.
La prima è un dettaglio tecnico, che l’atto presente di scrittura richiama alla mia mente. Palumbo ci ha raccontato, infatti, che nell’ambito degli studi empirici sulla traduzione, quelli che sempre più si concentrano sul soggetto, vengono utilizzati a) eye tracker per verificare su cosa, di un testo, si posa maggiormente lo sguardo di un traduttore; b) software specifici che permettono di ricostruire le varie versioni del traduttore. Ci penso ora che, vista la stanchezza e l’ambiente decisamente poco favorevole del treno, non faccio altro che tornare su quel che ho scritto, cancellando, aggiungendo e apportando delle modifiche al testo. Ora non sapevo, e la cosa mi sembra interessantissima, che si potessero recuperare tutti questi “movimenti” sul testo e penso condividiate il mio entusiasmo rispetto a dei software che molto possono dirci di come il traduttore lavora ed arriva alla versione finale.
La seconda cosa che mi rimbomba in testa mentre cerco di ricostruire il contenuto della lezione è che per la prima volta, dopo 7 anni che faccio translation e interpreting studies, qualcuno mi ha fornito una visione d’insieme, un quadro generale sulle diverse posizioni e i diversi approcci possibili.
Solo oggi mi sono resa conto di come, ovviamente direte voi, ogni professore mi abbia trasmesso e inculcato la sua visione delle cose, senza preoccuparsi di fornirmi delle alternative tra cui scegliere la mia strada. Ringrazio quindi il Professor Palumbo per avermi in un certo qual modo aperto gli occhi, o se non altro fornito degli strumenti (tra cui tutta una serie di volumi che citerò tra poco) per riscegliere in maniera più critica ciò che ho abbracciato fino ad ora, o magari per capire che la mia strada è un’altra. E ringrazio Guy Aston, che questo ha cercato di dirmi più di 5 mesi fa, anche se lo capisco appieno solo ora. Sii critica rispetto a quello che vedi, senti e leggi – mi ha detto in una delle nostre conversazioni alla Bateson – cosa che non è semplice da fare quando ci si sente sovrastare da una materia che non si padroneggia, quando ci si sente troppo “piccoli” per giudicare criticamente certi contenuti e certe posizioni, per affermare la propria stradina tra le autostrade tracciate dagli altri.
Ma sto imparando piano piano anche io e per quanto sia un processo infinito già posso dire di essere “migliorata”. Se infatti leggete le Book Reviews, vi rendete conto di come sono passata da un ossequioso tribute all’autore ad una mia visione della cosa.
Tornando a Palumbo, visto che sono già a Forlì e devo stringere, vi riassumo i punti toccati così che possiate scorgere, in filigrana, l’evoluzione di una disciplina, quella dei translation studies, che è partita insieme agli interpreting studies, per poi marcare una netta divisione, e infine ritrovare un’unità. Tanto che alcuni apporti degli interpreting studies, come ad esempio l’attenzione rivolta al soggetto, sono stati integrati nei translation studies, il cui oggetto di studio è per così dire passato dalla lingua (trasferimento linguistico), ai testi (comunicazione), alle persone (sociologia della traduzione e agency).
- albori della disciplina negli anni 40, quando si afferma la fede di poter tradurre;
- fino agli anni 70 la traduzione è stata vista come un ambito della linguistica applicata;
- il libro “Stylistique comparée du français et de l’anglais” ha fatto scuola e fornito i nomi di processi traduttivi che ancor oggi così vengono designati;
- agli inizi della disciplina c’era un approccio prescrittivo (si cercavano degli equivalenti) che ha poi negli anni 70 lasciato spazio ad un approccio descrittivo;
- una tappa importante in questo processo di evoluzione verso il descrittivo è rappresentata dalla formulazione di equivalenti dinamici o funzionali, quando Nida ha cominciato ad insistere sull’importanza dell’effetto prodotto sul destinatario;
- Holmes e Toury sono stati tra i primi a dire che la traduzione deve essere osservata. Al primo si deve, poi, la celebre map of translation studies, dove lo studioso distingue tra Thorical TS, Descriptive TS e Applied TS. Secondo Holmes, e questo è ad oggi criticato e criticabile, solo i TTS e i DTS sono “pure branches of research”, quindi la didattica della traduzione, la valutazione della qualità o la compilazione di dizionari non sarebbero secondo lui ricerca pura. Aldilà di alcune posizioni più o meno condivisibili, Holmes e Toury hanno avuto il merito di mettere in evidenza come la ricerca sulla traduzione debba essere empirica, cosa su cui sembrano concordare entrambi i filoni attuali dei translation studies, quello linguistico-descrittivo e quello culturalista;
- studiare la traduzione significa studiare delle relazioni molteplici:
o Quella tra testo di partenza e testo di arrivo
o Quella tra testo di arrivo e testi non tradotti nella stessa lingua di arrivo
o Quella tra traduzione e traduttore
o Quella tra traduzione e mezzo (uomo e/o macchina)
o Quella tra traduzione e lettori (vedi discorso sulle norme traduttive)
- Pur in tutte le evoluzioni, resta il fatto che la traduzione è una questione interdisciplinare e che ad oggi è la sociologia ad avere un ruolo importante (tanto che, per dirla con il prof, le mie ricerche sono di moda
)
- Non si traduce nel vuoto, ma sempre esiste un orizzonte traduttivo, fatto di coordinate e di vincoli, che Palumbo sta cercando di sistematizzare e che sono di ordine semiotico, sociologico e operativo. Sarà difficile, come ammetteva lui stesso oggi, stabilire se vincoli come il tempo o il compenso economico (che sono fondamentali per il traduttore di oggi) siano di tipo sociologico o operativo, perché in questo, come in altri casi, i vincoli sono a cavallo di più etichette e difficilmente sistematizzabili.
Aspettando il paper o il volume in cui, mi auguro presto, Palumbo risolverà questi interrogativi, ecco una serie di libri che dovremmo procurarci:
Memes of translation * e l’articolo “Translation as an object of research” * di Andrew Chesterman
Teaching and researching translation * di Basil Hatim
Key terms in translation studies di Giuseppe Palumbo
Encyclopedia of translation studies della Routledge
The Translation studies reader di Venuti
Dictionary of translation studies di Shuttleworth
The map. A beginners guide to doing research in translation studies di Chesterman e Williams
Lezioni del 22 maggio: Nasi-Hornung
10.00-13.00: Franco Nasi, Traduzione letteraria
14.00-17.00: Antonie Hornung, Testualità contrastiva
Oggi l’impresa è davvero ardua e spero di rendere giustizia ai professori che ci hanno “interpellati” con i loro contenuti in fieri.
Che lo chiamiate work in progress, ricerca in itinere, movimento cataforico o streben di romantica memoria, il denominatore comune di questa giornata è stato un anelito verso un obiettivo mai totalmente raggiungibile, un guardare oltre, un desiderio nel senso leopardiano del termine (de sidera nel senso di voglia di stelle, come diceva qualcuno).
Così, almeno, io ho interpretato i “molti dubbi e poche certezze” di Franco Nasi o il processo di apprendimento per immersione auspicato dalla Hornung. Entrambi padroni della loro materia, hanno ambedue trasmesso la non finitezza delle loro conclusioni e reso l’idea del fermento che è alla base di ricerche in continua evoluzione.
Con stili diversi ma con pari entusiasmo e franchezza, questi due professori ci hanno fatto “respirare” il senso del loro lavoro e della loro fatica.
Come Sisifo, il traduttore spinge il testo nell’altra lingua, nella consapevolezza che la sua traduzione potrà sempre essere migliorata, perché l’imperfezione fa parte della traduzione.
Di fronte a questa sorte dolce amara, due sono i sentimenti che animano il traduttore.
Da una parte la malinconia di fronte alla non finitezza del suo lavoro, visto che, come diceva anche il francese Pierre Dauzat qualche mese fa “Il faut être malheureux quand on est traducteurs car ce n’est toujours qu’une solution provisoire” (leggere, il che è un monito sia a me stessa che a voi, “La malinconia del traduttore” di Nasi).
Dall’altra la felicità del traduttore, che se non è tanto stupido da pretendere di fare la traduzione perfetta, riesce ad accettare il suo destino e ad esserne felice. Tanto che Nasi, in un altro volume da leggere assolutamente, “Poetiche in transito”, riprende l’immagine che Camus ci dà di un Sisifo felice. Stupido è chi pensa di superare la morte. Felice è chi accetta che questa fa parte della vita, così come l’imperfezione della traduzione, e sereno vive il suo destino.
Mi spiace davvero perché non riesco a rendere lo spessore del contributo di Nasi, come sicuramente non riuscirò a rendere la simpatica immediatezza di quello della Hornung.
Era come se tutto fosse denso di mille incisi, di mille possibili piste di riflessione. Era come un testo dove tanto è nascosto tra le righe, e Nasi stesso si perdeva svelando il non detto di un’affermazione, di una conclusione, di una ricerca. Così il richiamo al suo percorso di studi è esploso nel riferimento al grande Anceschi, suo maestro, che a sua volta ha portato a Coleridge, a Wordsworth, a Berman.
Seguendo un po’ la serendipity del suo pensiero e un po’ le slide proposte per un convegno che si è tenuto la settimana scorsa alla Northwestern University di Chicago, Nasi ci ha dato una gran voglia di leggere. Oltre ai due volumi succitati, da mettere in programma sono:
di Berman,
“La prova dell’estraneo”
“L’albergo nella lontananza”
“Traduzione e Critica produttiva”
di Billy Collins,
“A vela, in solitaria, intorno alla stanza”
Devo ovviamente recuperarli nella versione originale (eccezion fatta per il libro di Billy Collins che ha la traduzione di Nasi a fronte), visto che come traduttrice sono ben consapevole di quel che si perde in traduzione. Ammetto però che il grande Dante non mi vede del tutto d’accordo quando afferma che:
“Sappia ciascuno che nulla cosa per legame musaico armonizzata si può della sua loquela in altra trasmutare sanza rompere tutta sua dolcezza e armonia” (Convivio)
Mentre sono totalmente sulla stessa linea d’onda del Calvino che scrive:
“Il traduttore letterario [e non solo quello, secondo me] è colui che mette in gioco tutto se stesso per tradurre l’intraducibile […] lavora proprio sul margine intraducibile di ogni lingua”
Nasi, riprendendo queste affermazioni e citando Venuti, non ha fatto altro che confermare quello che vado sostenendo per l’interpretazione, ovvero che l’interprete non è affatto invisibile. Tutt’altro.
La traduzione “puzza del sudore del traduttore” (per riprendere l’immagine di Berman) e solo l’esperienza della traduzione porta a problematizzare un processo che non può essere descritto solo in termini di “reversibilità”. L’Eco di “Dire quasi la stessa cosa” pecca forse nel limitare il discorso all’aspetto semantico, che per ovvie ragioni è predominante nella sua riflessione. Ma chi ha tradotto poesia o letteratura sa bene che c’è ben altro e che talvolta la semantica va sacrificata in nome di un ritmo, di una musica che va preservata nella traduzione.
La mia ultima esperienza di traduttrice letteraria, in cui ho avuto la fortuna di confrontarmi con l’autore di queste poesie straordinarie, mi ha proprio dimostrato questo. Fu lui stesso a dirmi, infatti, che avrei dovuto privilegiare le assonanze e le rime interne anche a discapito delle parole.
E a proposito di poesia, se mai avrò tempo mi leggerò anche qualcosa del poeta performer inglese Roger McGough, parimenti tradotto da Nasi. La sua poesia che riproduce una partita di Tennis mi ha, infatti, colpita profondamente.
Così come mi ha colpita l’ultima parte della lezione, quella dedicata alla traduzione endolinguistica, cioè dall’italiano all’italiano.
Ma come? Penserete voi. Ebbene sì, ne esistono diversi casi nella nostra letteratura, molti dei quali mi erano totalmente sconosciuti.
Sapevo, ad esempio, che Calvino aveva riscritto L’Orlando Furioso dell’Ariosto, ma non sapevo che il Boiardo, che tra l’altro era originario di vicino a Modena, era stato tradotto in fiorentino e che per 300 anni era stato tramandato proprio nella versione fiorentina.
Sapevate voi di tutte le traduzioni del Boccaccio? Io no. Quindi è stata un’occasione d’oro per vedere, nello specchio della sola lingua italiana, le difficoltà che emergono in ogni trasferimento interlinguistico. Un esempio, per tutte, la difficoltà di non cadere nel tipico errore di presunzione del traduttore, quello di chi, di fronte ad una parola come “brigante” nel Decameron pensa al “ladro”, al “furfante”. Quando invece a quel tempo il brigante era colui che apparteneva alla brigata, quindi uno di compagnia.
Potrei andare avanti secoli, perché come dicevo prima la lezione di Nasi è esplosa, alla Bergson, in mille direzioni. But I’ll cut the story short, raccontandovi in breve quello che è venuto fuori nella chiacchierata con la Hornung.
Che dire?
Un fertile confronto tra un’entusiasta ed effervescente docente e un gruppo di dottorandi che, diversamente da quanto succede in molte scuole di dottorato, hanno davvero creato un gruppo, felici di condividere le proprie ricerche in fieri e gli alti e bassi di un’avventura formativa.
Sarà la decima volta che ciascuno di noi sente la presentazione del collega, ma ogni volta c’è uno spunto in più. E mai manca l’ascolto e il rispetto per la condivisa non finitezza del lavoro.
Non è mancato da parte nostra, che per l’ennesima volta ci siamo presentati, e non è mancato da parte della Hornung, che ha davvero cercato di interagire con i nostri percorsi e di rapportarli ai suoi.
Perché più d’una sono le linee direttrici delle sue ricerche.
C’è sicuramente una componente didattica, sulla quale si è soffermata mettendo in evidenza come spesso nell’insegnamento non si rispetti il timelag tra la capacità ricettiva di uno studente e la sua capacità produttiva. La famosa dicotomia tra conoscenza passiva e attiva, tra competence e performance, tra due fasi dell’apprendimento (o studio) di una lingua che non sempre (o quasi mai) vanno di pari passo.
Sempre della didattica fa parte una presa di posizione abbastanza decisa della Hornung in favore dell’insegnamento immersivo. Tanto che, povero il mio fidanzato, ho deciso di tornare a casa e parlare solo in francese. Ce la farò? E se sì, quanto resisterò?
Sul fronte della traduzione, la Hornung ha citato l’opera di Clyne e l’importanza di misurarsi con dei Vergleightexte, ovvero dei testi “paralleli” che trattino dello stesso argomento nella lingua d’arrivo e che permettano di tradurre usando le espressioni e le strutture che un nativo avrebbe usato in quel determinato genere testuale.
A questo proposito la Hornung ci ha dato un suggerimento a mio avviso utilissimo che condivido: se abbiamo bisogno di scrivere un abstract, buona norma è prendere un buon abstract nella lingua che ci interessa e provare a riempire la sua struttura con i nostri contenuti. Provare per credere!
Concludo con una riflessione che ha acceso il nostro interesse, visto che tutti e 5 noi dottorandi in un qualche modo ci confrontiamo con l’inglese. Tre sono i livelli di un testo, il macro, il meso e il micro. Se la traduzione si limita al microlivello, cioè alle parole, quello che si ottiene è generalmente una pessima traduzione, una che non tiene conto della struttura delle frasi e del pensiero in un genere specifico. Così tradotto in italiano, un testo inglese risulterà elementare, e viceversa un testo italiano tradotto in inglese artificioso e pomposo.
Quante volte mi sono sentita dire, in attiva, “Keep It Short and Simple” (KISS), perché altrimenti un anglofono non ti segue e non ti capisce. Riflettevamo, anche con il libro di Vincent Marrelli che io avevo a portata di mano, Words in the way of truth, su come questo diverso habitus dell’inglese abbia radici profonde, che affondano nella dicotomia tra “the honest, down-to-earth, frank-speaking, plain-speaking Anglo-Saxon, as opposed to the effete, sophisticated, rhetorical, and so forth, upper class Norman” (Vincent Marrelli, 2004: 139).
Ora, vediamo di pensarci ogni volta che traduciamo o interpretiamo! Non dico di spiegarlo ai nostri clienti, il che è in generale una causa persa, ma almeno facciamo in modo di tenere a mente per chi parliamo quando andiamo verso l’inglese.
Per il francese è tutta un’altra storia…
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