Archive for gennaio, 2010
Era volgare
Lo sapevate che le locuzioni “avanti Cristo” e “dopo Cristo” non sono politicamente corrette? O meglio, ci avevate mai pensato?
Complici il programma 7 jours sur la planète di TV5MONDE che sto ascoltando mentre preparo il glossario per il prossimo convegno e la ricerca della corretta traduzione francese e inglese della locuzione “era volgare”, oggi ho preso coscienza di quanto il nostro linguaggio sia, nolens volens, imbevuto di una cristianità a cui spesso nemmeno facciamo caso.
Prendetevi qualche minuto per leggere le pagine che Wikipedia dedica all’argomento, non necessariamente per ripudiare le radici cristiane della nostra lingua, ma senz’altro per prenderne maggiore coscienza.
ERA VOLGARE (it): http://it.wikipedia.org/wiki/Era_volgare
COMMON ERA (en): http://en.wikipedia.org/wiki/Common_Era
ERE COMMUNE (fr): http://fr.wikipedia.org/wiki/%C3%88re_commune
“Free”, nel senso di “Gratis” di C. Anderson
E’ un libro straordinario costruito su una tesi tanto semplice quanto controversa, ovvero che “fare soldi con il Gratis sarà il futuro del business” (Anderson, 2009: 256)
E’ una panoramica sul Gratis, scritta con lo stile diretto e asciutto del web che lo ospita ancora gratuitamente nella sua versione audiobook http://www.wired.com/techbiz/it/magazine/17-07/mf_freer
Trattandosi di una panoramica, a volte verrà da chiedervi perché mai l’autore non abbia zoomato su un concetto, o su un autore, quando voi magari lo avreste fatto (a me è successo quando Anderson fa riferimento alla curva di apprendimento, dove per pagine e pagine avrei letto delle teorie di Bateson mentre lui nemmeno le cita).
Ma il punto è che ad Anderson non interessa affatto la profondità. Come il web, questo libro vi fornisce tantissime informazioni scremate di superficie. Sta poi a voi andare in profondità e recuperare il sapore del latte intero, lì dove più vi interessa.
Vi suggerisco di farlo, in particolare, nel capitolo 5, che nella versione italiana si intitola “Troppo a buon mercato per contare qualcosa”. È lì che Anderson cita la frase di Thomas Jefferson da cui questo blog trae ispirazione:
“Chi riceve un’idea da me ricava conoscenza per sé senza diminuire la mia; come chi accende la sua candela con la mia riceve luce senza lasciarmi al buio”
Ed è lì che Anderson cita la legge di Moore (che in realtà ho scoperto essere di Mead) che sarebbe alla base dell’abbondanza che conduce al Gratis nel mondo digitale.
Pari profondità di lettura merita poi il capitolo 6, che prende il titolo da un’ affermazione di Stewart Brand, secondo cui “L’informazione vuole essere free”. Inizialmente attribuita a Peter Samson del Tech Model Railroad Club al MIT, che nel 1959 enunciò quello che diventò in seguito il principio N°3 dell’etica degli hacker (Anderson, 2009: 107), questa regola venne riformulata da Brand in un modo che – scrive Anderson – avrebbe finito per caratterizzare la nascente economia digitale (2009: 109).
“Da un lato l’informazione vuole essere costosa, perché ha molto valore: l’informazione giusta nel posto giusto ci cambia la vita. D’altro canto, l’informazione vuole essere gratuita, perché produrla sta diventando sempre più economico. Quindi queste due tendenze sono in rivalità.”
È nella dialettica tra queste due affermazioni paradossali (paradossali e non contraddittorie, perché le contraddizioni si chiudono in se stesse – spiega Brand – mentre i paradossi si muovono sempre avanti) che nascono e crescono progetti come Google e, molto molto molto più in piccolo, come dailynterpreter.
Nascono dalla volontà di dare valore ad un’informazione che genera attenzione (il traffico) e reputazione (i link).
Attenzione e reputazione sono due economie non monetarie che traggono enormi benefici dai contenuti e servizi gratuiti. Voi mi seguite, ad esempio, perché non c’è un abbonamento al mio blog e pensate bene di me, forse, perché parlo di cose interessanti o condivido risorse utili (tra le altre, i controversi glossari).
Convertire in contanti una di queste due valute è poi un altro paio di maniche. E mentre Google ha ampiamente dimostrato di esserci riuscito (basta guardare i bilanci), dailynterpreter è lungi dal sostenersi da solo, figurarsi dal fare profitti.
Giusto per darvi un’idea, il ricavato della vendita di libri, su cui grazie al programma Amazon Associates ho una percentuale, e della pubblicità contestuale, che grazie a Google Adsense faccio entrare nel mio sito in cambio di una percentuale sui click, copre a malapena i costi del dominio e dell’hosting. Il che è del resto confermato da Anderson, secondo cui “Ospitare annunci di Google AdSense nella barra laterale del vostro blog, non importa quanto sia popolare, non vi frutterà neppure il minimo sindacale per il tempo che passate a scriverlo. Al massimo potrebbe forse coprire le spese dell’hosting. Parlo per esperienza” (2009: 265). E parla a proposito.
Ma oggi c’è forse qualcosa che conta ancor più del denaro, e cioè il tempo. Anche i beni gratuiti, come daily, hanno un valore, e questo si misura attraverso le azioni delle persone. “L’unità di misura più attendibile del valore che le persone attribuiscono è ciò a cui scelgono di dedicare il loro tempo: stiamo diventando tutti più ricchi, ma le ore di una giornata sono sempre le stesse” (Anderson, 2009: 249-250).
Quindi, e con questo vi lascio alla lettura (e all’acquisto!!!) del libro, se il valore di www.dailynterpreter.com è dato dal tempo che io dedico alla scrittura e soprattutto dal tempo che voi dedicate alla lettura, a giudicare dalle statistiche di Google Analytics posso ritenermi davvero fiera di un blog che, nel suo piccolo, mi “frutta” ogni giorno parecchi dei vostri minuti free.
Engrish all’italiana
Sulla falsariga del divertentissimo sito www.engrish.com, questo post potrebbe inaugurare una nuova sezione di daily dedicata agli strafalcioni italiani.
Ma visto che, più che farmi ridere, errori come quello della foto a fianco mi fanno venire i capelli bianchi, credo proprio che una tale sezione tarderà ad arrivare (se non altro aspetto di sposarmi con il mio colore naturale, poi si vedrà
)
Tornando all’obbrobrio qui a fianco, trattasi di una saracinesca che ha colpito la mia attenzione mentre passeggiavo nella ridente località della riviera romagnola in cui abito. Complice la crisi e la non felice posizione di questo esercizio, il proprietario ha deciso di venderlo, con tanto di FABRICATO e corte annessa.
Codesto proprietario, ben contento della sua scritta in stile profondo rosso sulla prima saracinesca, ha duplicato l’opera, e ovviamente l’e/orrore.
Che dire? Sarà questo fondo di emicrania che mi rende piuttosto acida, ma se la crisi serve a fare piazza pulita degli analfabeti che fino ad ora in queste zone si sono arricchiti vendendo fumo, allora c’è una giustizia divina.
PS Prometto di tenervi aggiornati su eventuali traduzioni in inglese francese e tedesco… Trattandosi di una località turistica, non è da escludersi che il nostro proprietario si imbarchi anche in questa impresa
www.ted.com
Il payoff del sito http://www.ted.com/ la dice lunga sul suo contenuto: ideas worth spreading, cioè idee che vale la pena diffondere.
Ringraziando la blogger che me lo ha segnalato e che nel suo ultimo post commenta uno splendido discorso di Chimamanda Adichie, vi invito a consultare questa straordinaria cornice di contenuti e ad ascoltare gli avvincenti discorsi (riveting talks) pronunciati da persone notevoli (by remarkable people) che grazie al TED sono liberamente fruibili in rete..
PS Se qualcuno di voi, interpreti e traduttori, avesse qualche oretta per il volontariato, sul sito del TED c’è tanto da tradurre
“Per una fenomenologia del Tradurre”
Lo sapevate che la parola “traduzione”, che usiamo solitamente per indicare la copia fedele di un testo in un’altra lingua, in realtà ha all’origine l’idea non tanto di copia ma di spostamento, di trasferimento?
Come scrive, o meglio dice visto che si tratta della trascrizione di un suo discorso, il grande Emilio Mattioli nel volume a cura di Franco Nasi e Marc Silver
“I verbi greci che indicano il tradurre sono composti con meta, come metafero. Mi permetto di soffermarmi proprio su metafero perché ha ovviamente un’etimologia comune con metafora, la qual cosa implica che ab origine, e quindi anche nella cultura greca, c’è un’idea di tradurre che in qualche modo si lega a quella di metafora, cioè dello spostamento, del traslato. […] a me preme soltanto mettere in luce che la vecchia idea di traduzione come calco fedele dell’originale, come copia – idea che è stata ripetuta incessantemente e che ha pesato sulla nostra tradizione culturale – non è nemmeno giustificata dai significati stessi dei vocaboli che sono stati usati per indicare la traduzione. È mia intenzione insinuare filologicamente il sospetto sulla debolezza di certe posizioni, stancamente ripetute, che insistono sulle coppie famose dei concetti come fedele e libero, fedele allo spirito fedele alla lettera. Queste coppie sono retaggi di un’idea del tradurre rinsecchita e stereotipata.” (Nasi & Silver, 2009: 194)
Come non essere d’accordo con Mattioli, e come non invitarvi a leggere un volume che merita anche solo per la cornice che ospita contributi variamente interessanti: l’introduzione di Franco Nasi e l’intervento inedito di Mattioli da cui è tratta la mia citazione.
La prima, con lo stile pulito ed evocativo del Nasi di “Poetiche in transito” e de “La malinconia del traduttore”, accompagna piano all’interno del volume e ne ripercorre le origini, giustificando anche la scelta di un titolo dove ogni parola ha un suo perché. A cominciare dal “Per”, che insieme a “intorno a”, “sulla” e simili indica “che si cercherà di dare un apporto che non risolve, ma aiuta a comprendere la complessità. E la traduzione è certo una questione complessa, che non riguarda solo le lingue, ma le culture; non è insomma un problema strettamente linguistico, ma anche etico, politico, estetico” (Nasi, 2009: 10). Un “per” che, lo ammetto, mi ha fatto davvero riflettere (ebbene sì, ai traduttori interpreti linguisti succede anche di soffermarsi a pensare a lungo su una sola brevissima parola), tanto che, anche se forse nessuno ci ha fatto caso, i miei auguri natalizi iniziavano così: Per un Natale di luce…
Il secondo, con i tratti di un’oralità che si riformula e che tornando sugli stessi concetti li snocciola e li chiarisce, è un intervento straordinario di Mattioli. Ha la densità di riferimenti mirabili, tra cui sottolineerei la citazione di P. Valéry tratta da “Variazioni sulle Bucoliche”, lì dove Valéry afferma che il nostro modo di parlare si modifica a seconda di tanti fattori: il nostro interlocutore, le nostre intenzioni comunicative, il nostro tempo (sempre meno al giorno d’oggi) etc. Tanto che abbiamo “un linguaggio per noi stessi, da cui si distaccano, più o meno, le altre maniere di parlare; abbiamo un linguaggio per i nostri famigliari; uno per le relazioni generali; uno per la tribuna; c’è un linguaggio per l’amore; uno per la collera; uno per il comando e uno per la preghiera; c’è, ancora, un linguaggio per la poesia e uno per la prosa…” (Valéry, 1990: 15-16).
Ora, non so cosa ne pensiate voi, ma queste parole suscitano in me due ordini di riflessione.
Mi viene anzitutto da dire che, purtroppo, ho come la sensazione di usare solo una gamma limitata di questi linguaggi, di sfruttare solo in minima parte le potenzialità di lingue come l’Italiano, il Francese, l’Inglese. Tanto che, a volte, mi sento davvero fortunata quando, in cabina, presto la mia voce ad una persona importante, una per la quale ho l’occasione di usare un bell’Italiano, un bel Francese, un bell’Inglese. Non vi capita mai di provare soddisfazione quando pronunciate una bella collocazione? Quando spontaneamente producete l’aggettivo che più calza? La struttura che meglio esprime? C’è un vero godimento in tutto questo, nella ricchezza a fronte di un impoverimento collettivo, nell’uso di un bel periodo ipotetico tradizionale a fronte di un indicativo imperante.. Non è così?? Ditemi che non sono pazza!
La seconda riflessione riguarda, più nello specifico, il linguaggio dell’amore… Perché troppo spesso siamo sordi al linguaggio d’amore di chi ci sta dinnanzi. Proiettiamo sull’altro le nostre aspettative, i gesti e le parole che corrispondono al nostro modo di dire “Ti amo”. E siamo inevitabilmente sordi al linguaggio dell’altro, che molto probabilmente avrà altri modi per dirlo. Sembra poca cosa, ma credo che una volta capito questo, possiamo evitarci tante aspettative disattese, tante piccole delusioni e incomprensioni che incrinano un rapporto dove ciascuno si aspetta che l’altro parli la propria “lingua”.
Se è vero, come lo diceva Mattioli, che la traduzione è uno spostamento, bè allora credo che anche nella sfera privata il segreto sia andare verso e non sempre aspettare che l’altro dica, faccia, capisca. Perché potrebbe non dire, fare né capire mai
PS Quello che c’è dentro la cornice Introduzione di Nasi e Intevento di Mattioli è tutto da scoprire, soprattutto l’articolo di Silver
Glossario di Otorinolaringoiatria e Logopedia
Queste 88 pagine di glossario medico Italiano-Inglese sono il frutto di tre anni di collaborazione con una delle più avanzate unità operative di otorinolaringoiatria e logopedia a livello italiano ed internazionale.
I convegni in interpretazione simultanea, insieme alla traduzione di abstract e programmi, hanno permesso a me e alla collega che sin dall’inizio mi accompagna in questa avventura di acquisire una conoscenza sempre più approfondita della materia.
Ciò nonostante, il lungo glossario bilingue che qui condivido non è un traguardo ma un punto di partenza, cui di anno in anno si aggiunge l’esperienza di un nuovo convegno di aggiornamento (per i medici che vi partecipano e per noi che siamo in cabina).
Non vi sorprendete, quindi, se ci sono dubbi (in rosa) e imprecisioni (soprattutto nella grafia). Mi ci sono voluti giorni per rendere il glossario fruibile e sono sicura che tante cose mi sono sfuggite. Ma sono anche sicura del fatto che questo glossario abbia già molto da dare anche nella sua forma attuale. Per questo non aspetto che sia “perfetto”, cosa che probabilmente non sarà mai, per metterlo in rete.
Buona lettura e buon lavoro a chi, come me, si prepara sull’argomento.
Scarica il PDF: Glossario ORL
Internet for Peace
“Abbiamo finalmente capito che Internet non è una rete di computer, ma un intreccio infinito di persone.
Uomini e donne, a tutte le latitudini, si connettono tra loro, attraverso la più grande piattaforma di relazione che l’umanità abbia mai avuto.
La cultura digitale ha creato le fondamenta per una nuova civiltà. E questa civiltà sta costruendo la dialettica, il confronto e la solidarietà attraverso la comunicazione.
Perché da sempre la democrazia germoglia dove c’è accoglienza, ascolto, scambio e condivisione. E da sempre l’incontro con l’altro è l’antidoto più efficace all’odio e al conflitto.
Ecco perché Internet è strumento di pace.
Ecco perché ciascuno di noi in rete può essere un seme di non violenza.
Ecco perché la Rete merita il prossimo Nobel per la pace.
E sarà un Nobel dato anche a ciascuno di noi.”
Questo è il manifesto del Progetto “Internet for peace”, che candida il web al Premio Nobel per la pace 2010 e che ha tra i suoi ambasciatori personaggi del calibro di Shirin Ebadi (Premio Nobel per la pace 2003), Umberto Veronesi (scienziato), Giorgio Armani (fashion designer), Chris Anderson (lo scrittore della coda lunga), Riccardo Luna (direttore di Wired Italia) e David Rowan (curatore di Wired uk).
Visto che oltre ad una interprete e traduttrice sono una blogger, e che i blog stanno diventando talmente importanti in rete da avere anche un forum internazionale (vedi http://worldbloggingforum.com/ ), ho pensato di aggiungere la mia firma su http://www.internetforpeace.org, dove trovate anche il manifesto originale in inglese.
E navigando da un sito all’altro sono capitata sul blog di una ragazzo poco più grande di me, che tra l’altro ho scoperto essere di Ravenna, e ho visto un video bellissimo…The Third & The Seventh, che potete guardare alla pagina http://www.lucasartoni.com/video/the-third-the-seventh-un-video-bellissimo
Questo a riprova del fatto che la condivisione può essere davvero uno strumento di crescita e di pace…
Io ne sono fermamente convinta.
E voi?
Se pensate di sì, aggiungete la vostra firma e divulgate questo video:
You know you’re a translator when…
1- You get the same empty stare after answering the question “What do you do?” or “What do you study?”
2- People tell you “So… Translator… You just study a foreign language? You work as a teacher, right? What else do you do? How many languages do you speak?”
3- People ask you how to say something in a different language, because a translator is supposed to have learnt the whole dictionary by heart…
(Translator ≠ WALKING DICTIONARY)
4- You admit you suck at maths.
5- You know how to use Trados, Wordfast, etc.
6- Sleeping is not as important as deadlines.
7- You realise that you can’t avoid learning new things all the time with each text you translate.
8- You learn to loathe gerunds and false friends.
9- You know Alicia Zorrilla.
10- You’re aware of issues such as gender and political correctness, which no one around you seems to care about.
11- You frequently have nightmares in which you’re chased by Saussure, Chomsky, Halliday or Pinker.
12- You find certain words, expressions or translations utterly amusing… Yes, you laugh at words.
13- …
There are 26 more reasons why We are Translators (and Interpreters), and I’m sure you’ll laugh at following ones on: http://rominantica.spaces.live.com/blog/ or on Facebook (where reasons keep on growing in the group called “You know you’re a translator when…”)
PS Thanks to the person inviting me to this facebook group gathering people with a common interest in languages
“In other words” by M. Baker
Questo è uno di quei libri che avrei tanto voluto leggere agli inizi del mio percorso di studi.
Avrebbe, infatti, fatto luce fin da subito su tante problematiche connesse alla traduzione che ho faticosamente e confusamente appreso strada facendo.
Chi ha orecchie intenda.
Senza preoccuparsi troppo dell’anno di pubblicazione (1992), perché questo volume non è per nulla datato. E a differenza di altri libri della stessa autrice, non è affatto ideologizzato.
Piccole incomprensioni Italo-Cinesi
Lo sapevate che se i cinesi dicono di no in realtà stanno dicendo sì?
La cosa sembra paradossale, lo so, ma posso assicurarvi per esperienza diretta che è proprio così!!
Due settimane fa, ero in auto con due persone straniere: uno di origine “europea” ma da tempo residente in Asia, l’altra di origine e residenza occidentale.
Quando siamo arrivati in stazione mi sono offerta di aiutarli a comprare il biglietto del treno, usando una frase del tipo: “Se volete parcheggio e vi aiuto volentieri a comprare il biglietto”.
La riposta dell’uomo, che aldilà del fuorviante aspetto occidentale è diventato cinese quasi in tutto e per tutto, è stata: “No, no grazie, non c’è n’è bisogno, facciamo noi” [mia traduzione dal suo inglese].
Al che, visto che comunque non si trattava della teoria della relatività (che nonostante i DVD di Piero Angela ancora stento a capire appieno), ma di un semplice acquisto di biglietto, io ho risposto: “Ok, allora. Accosto qui e vi aiuto a scaricare, poi me ne vado”.
3 secondi almeno di silenzio (che per chi fa analisi della conversazione, sono decisamente tanti)
A questo punto si auto seleziona la donna occidentale, che sorridendo mi spiega: “Ha detto no ma voleva dire sì”.
E vista la mia faccia un po’ perplessa, visto che io di solito se voglio dire sì dico sì e se voglio dire no dico no, aggiunge: “I cinesi sono fatti così. Non ti diranno mai di sì apertamente. Non accetteranno mai il tuo aiuto. Loro dicono sempre no. Però poi si aspettano che tu reiteri la tua proposta. Solo a quel punto accettano”.
Sono quindi scesa dalla macchina e li ho aiutati a comprare il famoso biglietto del treno.
E me ne sono tornata a casa affascinata da questa differenza cross-culturale… dicendomi che ve l’avrei presto raccontata su daily
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