Traduzione e Interpretazione

Vita da bilingue

Per finire il “grosso” della tesi di dottorato prima del parto mi sono imposta una tabella di marcia alquanto disumana. La maggior parte delle giornate vengono iniziate ponendomi la domanda: ce la farò a fare quello che mi sono proposta?

Generalmente ci riesco “a pelo”, spesso chiedendo aiuto al marito per la cena (se smetto alle 19.30 per prepararla non riesco infatti a concludere i miei to do). Talvolta capita che io non ci riesca, il che causa una dose di stress aggiuntiva nei giorni seguenti, dove devo fare il da farsi e in qualche modo recuperare il non fatto. Raramente capita che io ci riesca prima di quando avevo immaginato, tipo a metà pomeriggio anziché alle sette di sera. Questi sono i rari giorni in cui torno ad occuparmi di dailynterpreter, e di me stessa (se date un’occhiata alle date degli ultimi post vi renderete conto di come si siano rarefatti ed accorciati).

Fatto sta che oggi è una di quelle felici giornate, e che ho quindi deciso di condividere alcune cosucce che meritano secondo me alcuni minuti di riflessione. Ve le propongo senza soluzione di continuità, invitandovi a ricostruire i nessi che mi hanno portata a riunirle in un unico post.

Il blog Psychology today ha da poco pubblicato la recensione di uno studio effettuato da François Grosjean sulla vita da bilingue. Si conclude con due righe che già di per sé meritano una riconoscente riflessione.
It takes more than having two hands to be a good pianist.
It takes more than knowing two languages to be a good translator or interpreter.

Ma anche il resto non è male.

Alla giornata Doctorants & Recherche 2011 che si è tenuta a Brescia il 23 settembre scorso ho scoperto che la maggior parte dei membri del DORIF (il Centro di documentazione e di Ricerca per la didattica della lingua francese nell’Università italiana) erano inizialmente bilingue. Non so se la situazione sia rimasta invariata, ma sono stata ben felice di ritrovarmi in questa tipologia.

Per i bilingue che sono docenti di materie non linguistiche potrebbe aprirsi un periodo lavorativamente fortunato. In base, infatti, ai nuovi Regolamenti del marzo 2010, nei licei e negli istituti tecnici si introdurrà il CLIL (Content and Language Integrated Learning), il che significa che l’insegnamento di una disciplina non linguistica verrà impartito in lingua straniera. Ovviamente come spesso succede in Italia le cose vengono fatte per metà, nel senso che si descrive il profilo del docente CLIL ideale senza mettere in atto delle risorse sensate che permettano di formarlo. E così – stando alla dichiarazione che l’Associazione LEND ha presentato in occasione della Giornata Europea delle Lingue che come ogni anno è caduta il 26 di settembre
L’introduzione del CLIL nella scuola italiana, dando per scontato che gli insegnanti diventino bravi professionisti senza porre le condizioni perché ci riescano, rischia, per la precipitazione con cui viene avviata, di essere una risposta “modaiola” a quella che è invece una reale necessità della società in cui viviamo
.

La stessa in cui nascerà mio figlio, sperabilmente bilingue anche lui, che un domani guarderà il telegiornale della sua nascita sorridendo di questioni che gli appariranno irrimediabilmente vecchie e lontane, proprio come capita a me quando oggi vado a ripescare le journal de ma naissance sul sito dell’INA. Cosa che peraltro vi consiglio vivamente di fare.

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