Life Long Learning
(possibly) fit and up-to-date
Here are the two programmes I have listened to while having a walk today.
That’s my own way of keeping fit and up-to-date, but since you may appreciate these episodes, too, I thought they were worth sharing on daily..
(irrespective of the way you’ll listen to them
)
1) Digital Planet: Education Special
2) BBC World Service Documentary: The Virtual Revolution: Enemy of the state
Giornata di Studi sulla Traduzione
In occasione della Giornata Europea delle lingue fissata dalle istituzioni dell’Unione Europea per il 26 settembre, e in considerazione del fatto che il 2009 è stato proclamato “Anno europeo della creatività e dell’innovazione”, il Dipartimento di Studi Linguistici sulla Testualità e la Traduzione dell’Università di Modena e Reggio Emilia ha organizzato ieri una giornata di studi dal titolo: Il mestiere del traduttore tra nuove competenze e nuove tecnologie.
Tematiche come la qualità traduttiva, la formazione dei traduttori, la traduzione professionale, gli strumenti a servizio del traduttore, la traduzione audiovisiva sono state approfondite mettendo a confronto i punti di vista di esperti del mondo accademico, istituzionale e produttivo.
Nomi quali: Franca Poppi, Giovanna Bellati, Marina Bondi, Giuseppe Palumbo e Luciana T. Soliman dell’Università di Modena; Margaret Rogers della University of Surrey; Federica Scarpa, Christofer Taylor e Elisa Perego dell’Università di Trieste; Micaela Rossi dell’Università di Genova; Pamela Negosanti di Expert Systems; Licia Corbolante, socia di Ass.I.Term e Danio Maldussi della SSLMIT di Forlì hanno contribuito ad una giornata che, non diversamente dai cosiddetti refresher course per medici, rappresenta una fertile occasione di formazione ed aggiornamento per il personale della scuola.
Chi accetterebbe, in fondo, di farsi operare da un chirurgo di 40-50 anni che non si aggiorna dalla sua laurea, quindi da almeno una decina d’anni? Secondo me nessuno.
Ora, credo che lo stesso tipo di aggiornamento debba essere auspicato, preteso e promosso in ambito accademico. L’appartenenza di questo post alla sezione Life Long Learning tradisce del resto questa mia volontà di rimanere al passo con una professione ed una disciplina in continuo fermento.
Detto questo, scrivo dal treno ed ammetto di essere piuttosto stanca, quindi non vi farò certo il resoconto di questa giornata. Lascerò, semmai, alcune tracce dei discorsi che sono stati avviati, e della loro paternità, un po’ per schernire la mia cattiva memoria, un po’ per condividere certe piste di riflessione con i colleghi assenti.
Margaret Rogers: “profili” della traduzione e dell’interpretazione, che possono adottare una prospettiva basata sul contenuto (quindi sulla competenza linguistica, testuale, etc.) o sullo sviluppo (quindi focalizzata su concetti quali quali novice, advanced beginners, proficiency, expertise, etc.).
Federica Scarpa: dicotomia tra Formazione alla traduzione (= immediata spendibilità sul mercato del lavoro) e Didattica della traduzione (= saper riflettere sul processo traduttivo. Una dicotomia che tanto mi ricorda quella tra Training e Education, così in voga nei paesi anglofoni.
Christofer Taylor: con una presentazione davvero simpatica e avvincente sono stati introdotti i tre principi cardine della descrizione audiovisiva: clearly- vividly-succinctly. Taylor ha poi chiuso con un colpo da maestro, rubando la frase a non ricordo più chi: “If you have been, thank you for listening” (onestamente non vedo l’ora di riutilizzarla
)
Elisa Perego: parlando di eye tracking, la Perego ha introdotto termini che non conoscevo quali SACCADI = movimenti oculari e FISSAZIONI = punti di osservazione. È stato interessantissimo vedere come l’eye tracking possa essere utilizzato per studiare come si legge, come si osserva un’immagine, come si guarda un film sottotitolato e scoprire, ad esempio, che la dilatazione della pupilla corrisponde ad un maggiore sforzo cognitivo.
Pamela Negosanti: devo assolutamente dare un’occhiata ai prodotti della Expert Systems perché sono arrivata purtroppo in medias res e ho solo colto di sfuggita l’utilità di software quali COGITO Studio Sensigrafo o COGITO Focus.
Licia Corbolante (che ha lavorato, tra le altre cose, alla localizzazione dei prodotti Microsoft): è difficile quantificare il ROI [Return Of Investment] della gestione terminologica in azienda, perché i parametri sono molto labili (meno errori? Meno tempo impiegato nelle ricerche?) mentre immediato è il calcolo dei costi, che spesso appaiono troppo ingenti per delle aziende che non riescono a percepire il valore di certe metodologie. Va detto altresì che la committenza generalmente ignora cosa s’intenda per metodo onomasiologico della terminologia contrapposto al classico metodo semasiologico dei comuni dizionari e che è pertanto molto difficile dialogare e spiegare i vantaggi di certe azioni. Vige ad oggi, nel campo della localizzazione, un approccio proattivo (= i problemi traduttivi sono identificati prima della localizzazione) rispetto al vecchio approccio reattivo (= risolvo i problemi mano a mano che si presentano). Questo nuovo approccio permetterebbe di evitare vecchi errori che ancora i software si portano appresso perché sarebbe troppo costoso correggerli (è il caso di “Salva con nome” come traduzione di “Save as” che in realtà fa riferimento al formato del file da salvare, non al suo nome. Come noterete da questo riassunto “strabordante” rispetto agli altri, la presentazione della Corborante mi ha interessata non poco. E vi confesso che non tarderò molto ad approfondire queste tematiche sul suo blog all’indirizzo http://blog.terminologiaetc.it
Danio Maldussi: non so se sono condizionata dal fatto che Maldussi è stato un mio professore alla SSLMIT di Forlì, e tra l’altro uno dei migliori e dei più “tosti”, ma la sua presentazione mi è sembrata profondamente entusiasmante e realista al contempo. Pur parlando di tecnologie decisamente promettenti, Maldussi ne ha, infatti, sottolineato anche i difetti, soprattutto per un’utenza che ha dei limiti di tempo e di tariffe. Non ha mancato di problematizzare il fatto che se è vero che le tecnologie permettono di ridurre i costi, è vero anche che questo beneficio è tratto, almeno in questa fase, quasi interamente dal cliente finale, non dal traduttore. Ben al contrario! Come sanno bene tutti coloro a cui capita di collaborare con agenzie che forniscono le memorie di traduzione (cosa che io, dopo alcune esperienze decisamente negative, cerco di non fare), quando ci sono le memorie il traduttore è sotto-sotto pagato, e pure costretto a integrare le memorie, che restano proprietà dell‘agenzia, con il frutto delle sue fatiche. La qual cosa avrebbe senso, e sarebbe del tutto nobile e difendibile, se solo le tariffe, già al ribasso, non scivolassero a livelli ridicoli, passatemi il termine. Maldussi si è anche soffermato sulle inerzie traduttive, quelle che Marcello Soffritti definisce “usi rilassati della lingua”, cioè traduzioni inesatte come “tasso impositivo” per tradurre il francese “taux d’imposition”, quando in italiano esiste il termine “aliquota fiscale”.
Sono uscita dall’aula quando Maldussi si avviava verso le conclusioni, quindi non posso dirvi su quali note abbia chiuso il suo intervento. Sono sicura, tuttavia, che il Professore abbia incorniciato al meglio una giornata iniziata in maniera un tantino superficiale per chi, come me, queste cose le ha già sentite e risentite (il che era comunque giustificato dalla stragrande maggioranza di novizi), ma che è stata poi caratterizzata da un’escalation di tecnicità e, a mio avviso, di attrattiva.
Convegno Tetra: tecnologie per la traduzione
Mi scuso per non avervi avvisati prima, anche perché ad oggi le iscrizioni ai workshop sono presumibilmente chiuse. Ma venerdì 9 ottobre e sabato 10 ottobre, si svolgerà un convegno rivolto a traduttori freelance, agenzie, linguisti, docenti, formatori, localizzatori, redattori tecnici, responsabili di società di traduzione e studenti.
Consultate la pagina dell’evento per vedere come sarà strutturato ed affrettatevi ad iscrivervi se non lo avete ancora fatto.
Segui il link all’evento: http://tetra.sslmit.unibo.it/
A presto, per chi di voi ci sarà
6+1 Poesia in amore
Oggi interrompo l’ormai consueto appuntamento con le lezioni d’inglese, per raccontarvi l’emozione provata ieri sera, in occasione dell’evento “6 + 1″ Poesia in amore promosso dall’Associazione Culturale Poliedrica di Forlì.
Saggio Cicero della serata, il Prof. Andrea Brigliadori.
Teatro dell’evento, il Museo della Marineria di Cesenatico. Scenografia delle letture, i dipinti degli artisti Marina Sassi di Forlì e Lorenzo Longhi di Trento.
E a far rivivere la poesia di Marino Moretti, dopo 30 anni dalla sua scomparsa, le voci degli autori Filippo Amadei, Stefano Cattani, Rina Fiumana Godoli, Stefano Leoni, Marco Viroli, Matteo Zattoni.
Quale trittico d’autore, la serata è stata scandita da tre momenti: la lettura di sette poesie di Marino Moretti scelte dai poeti stessi, la lettura di tre poesie per autore, la lettura di sette poesie d’amore scritte da altri, anch’esse a discrezione degli autori.
Di queste ne condivido una, invitandovi a visitare il sito Parole d’Autore, per leggere la traduzione in italiano.
Cet amour
di Jacques Prévert
Cet amour
Si violent
Si fragile
Si tendre
Si désespéré
Cet amour
Beau comme le jour
Et mauvais comme le temps
Quand le temps est mauvais
Cet amour si vrai
Cet amour si beau
Si heureux
Si joyeux
Et si dérisoire
Tremblant de peur comme un enfant dans le noir
Et si sûr de lui
Comme un homme tranquille au millieu de la nuit
Cet amour qu faisait peur aux autres
Qui les faisait parler
Qui les faisait blêmir
Cet amour guetté
Parce que nous le guettions
Traqué blessé piétiné achevé nié oublié
Parce que nous l’avons traqué blessé piétiné achevé nié oublié
Cet amour tout entier
Si vivant encore
Et tout ensoleillé
C’est le tien
C’est le mien
Celui qui a été
Cette chose toujours nouvelle
Et qui n’a pas changé
Aussi vrai qu’une plante
Aussi tremblante qu’un oiseau
Aussi chaude aussi vivant que l’été
Nous pouvons tous les deux
Aller et revenir
Nous pouvons oublier
Et puis nous rendormir
Nous réveiller souffrir vieillir
Nous endormir encore
Rêver à la mort,
Nous éveiller sourire et rire
Et rajeunir
Notre amour reste là
Têtu comme une bourrique
Vivant comme le désir
Cruel comme la mémoire
Bête comme les regrets
Tendre comme le souvenir
Froid comme le marbre
Beau comme le jour
Fragile comme un enfant
Il nous regarde en souriant
Et il nous parle sans rien dire
Et moi je l’écoute en tremblant
Et je crie
Je crie pour toi
Je crie pour moi
Je te supplie
Pour toi pour moi et pour tous ceux qui s’aiment
Et qui se sont aimés
Oui je lui crie
Pour toi pour moi et pour tous les autres
Que je ne connais pas
Reste là
Lá où tu es
Lá où tu étais autrefois
Reste là
Ne bouge pas
Ne t’en va pas
Nous qui sommes aimés
Nous t’avons oublié
Toi ne nous oublie pas
Nous n’avions que toi sur la terre
Ne nous laisse pas devenir froids
Beaucoup plus loin toujours
Et n’importe où
Donne-nous signe de vie
Beaucoup plus tard au coin d’un bois
Dans la forêt de la mémoire
Surgis soudain
Tends-nous la main
Et sauve-nous.
“Culture et Comportement” de Geneviève Vinsonneau
C’est en sensibilisant les individus au relativisme culturel qu’on peut développer leurs capacités à s’ouvrir à ce qui est différent, dans un sens positif et non dans le sens restrictif de la tolérance ; à éviter les jugements de valeur, à appréhender sans répugnance les codes culturels étrangers, en acceptant leur légitimité sans nécessairement avoir à les adopter pour soi. Car nul étalon n’existe, en effet, pour évaluer les faits de culture.
Les cultures sont irréductibles les unes aux autres, les options et philosophies de l’existence qui les traversent échappent à toute possibilité de hiérarchisation (sur la base d’une argumentation rationnelle qui ne soit pas discutable).
Les cultures ne sont pas des entités stables, substantielles, elles doivent donc être envisagées dans la dynamique de leurs échanges et de leurs transformations. (p. 149) Je cite cette page du livre un peu en réaction à ce que Monsieur Lionel Dersot a écrit il y a quelques jours à propos des « pompeux ouvrages de l’interculturalité qui s’avèrent “en pratique” insuffisants ».
Tout en partageant ses positions en quelque sorte, je pense que certains de ces ouvrages ont tout de même le mérite d’ouvrir les yeux de ceux qui n’ont malheureusement pas la chance de voyager et de connaître l’Autre de près. Ils ont le mérite, comme ce livre de Geneviève Vinsonneau d’ailleurs, de porter des exemples et des réflexions qui aident les lecteurs à bouleverser leur système de valeurs et à ne plus rien donner pour acquis et escompté. C’est le cas de la linéarité du temps dont il est question au Chapitre 4 (page 78) ou de l’opposition entre bien et mal, dont on parle au Chapitre suivant (page 103).
Je vous laisse donc découvrir ce texte avec la surprise qui a accompagné ma lecture et avec la satisfaction, j’espère, que j’ai ressentie à la conclusion. Vinsonneau, G. (1997). Culture et Comportement. Paris: Armand Colin
Seconda giornata di convegno sulla Mediazione
Eccovi un sunto della seconda giornata del convegno organizzato dal dipartimento di Scienze del Linguaggio e della Cultura dell’Università di Modena e Reggio Emilia, cui hanno preso alcuni conversazionalisti italiani ed una cerchia ristretta di docenti, studenti e dottorandi interessati all’argomento.
Questa volta non scrivo dal treno, ma rimetto mano ex post agli appunti presi direttamente al computer venerdì 15 maggio scorso. Se la lettura vi sembra difficoltosa e lo stile troppo telegrafico, non esitate a criticare quello che non è che un tentativo e tornerò alla mia scrittura dal treno
Giolo Fele (Trento), Una ricerca sull’interazione istituzionale: le interazioni presso il 118
Quella di Fele è stata una presentazione multimodale, un incontro operativo fatto di DATI e interazione con i partecipanti.
Dopo aver ammesso di non occuparsi di mediazione ma di comunicazione interculturale e di ambito istituzionale, Fele ha introdotto l’argomento delle comunicazioni in entrata e uscita dal centro operativo 118.
Delle 40 ore di videoregistrazione fatte in Trentino, Fele ci ha portato 4 casi interessanti di gestione dell’emergenza, dove si osservava in maniera molto evidente il rapporto nativo-non nativo. Nella fattispecie:
1) CASO PRIMO
Incomprensioni da gestire sull’indirizzo preciso dove mandare l’ambulanza.
Persona non nativa, confermata anche dal fatto che chiama prima la questura, che poi passa la chiamata al 118
Feedback da Zorzi (che a sua volta analizza chiamate al 118 di Forlì, e mette quindi in luce le differenze di gestione fra centrali operative diverse), Bersani Berselli, Gavioli, Orletti (che porta il caso romano, dove fondamentale è rispettare le procedure per accorciare i tempi), Vincent Marrelli, Operatrice AUSL di Reggio Emilia (che conferma, sulla base della sua esperienza personale, che le prime cose da chiedere sono indirizzo e numero di telefono. Rispondere al telefono è molto difficile quindi sono organizzati veri e propri corsi anche per i volontari).
2) CASO SECONDO
Caso di una badante (russa o ucraina) che chiama per la signora anziana che sta male. Evidentemente non nativa, la badante è comunque preparata dal punto di vista medico, perché in grado di informare sulla pressione e le condizioni della signora.
3) CASO TERZO
Dialogo tra guardia medica e persona che chiama (arabofona).
Problema di capire se la persona fa sul serio e in che cosa il comportamento verbale dell’operatore è inadatto/inopportuno per il tipo di servizio.
Feedback di Morelli (che insiste sul bisogno di approfondire questi tipi di dati su una mediazione che è tale anche se manca il 3° partecipante. Anche nel caso della badante, c’è negoziazione del significato, anche se il suo ruolo istituzionale non è quello di mediatrice). Ribadita l’importanza di fare la differenza tra immigrato e turista. Incalza Iervese, sottolineando come, oltre alla funzione di prestare soccorso, c’è sempre l’idea di andare a verificare l’attendibilità/veridicità della narrazione. Interviene infine anche Laurie Anderson.
4) CASO QUARTO
Turista che parla solo inglese. Ho dato un’occhiata veloce ai dati e la prima cosa che mi è venuta in mente, leggendo l’inglese incespicante dell’operatore, sono le chiamate ai tassisti mandate in onda da Radio deejay
A seguire, una discussione sulla mediazione e sul cosa si intenda per tale. Le incomprensioni sono dovute, come nella giornata precendente, al fatto che ciascuno riempie l’etichetta “mediazione” con elementi diversi e talvolta non coincidenti.
Piera Margutti (Perugia stranieri), Aspetti della traduzione e della mediazione nell’interazione
Report di un gruppo vasto, tra cui Anna Ciliberti (che figura in programma) e Laurie Anderson (che è presente al seminario).
Conversation Analysis + approcci etnografici
Non nascono come analisti della mediazione ma come conversazionalisti che analizzano l’interazione (tra cui mediazione sia “spontanea” che mediata da interprete).
Quasi tutti i dati sono video, quindi grande è l’attenzione alla gestualità e a come questa influenza la comunicazione.
Filo conduttore: lingue e culture diverse a contatto, in contesto in cui studenti sono sensibili a meccanismi di comunicazione tra stranieri.
Varietà di contesti: contesti istituzionali, educativi, medici (con e senza mediatore), ordinari (es pranzi)
Forte multimodalità del corpus, quindi problema della selezione di cosa trascrivere.
Progetto Osservatorio dell’Università di Perugia:
1) interazione in classe con insegnante che opera una “mediazione” in senso largo: classe vista come ambiente comunicativo, con una propria cultura che entra in contatto con quella della famiglia, dello straniero etc. Per un approfondimento vedi:
Discorso e apprendimento (2005), Roma: Carocci
Le lingue in classe (2003), Roma: Carocci
2) gli italiani all’estero: 6 famiglie italiane residenti a Melbourne, registrate in contesti ibridi tra ordinario e istituzionale
Spezzone di dati video, italiano napoletano e triestino + switch continui it-en: diverse generazioni, identità, lingue e culture a confronto con it come lingua veicolare
Tra i temi: cibo, confidenze (tema del coinvolgimento), esibizione discorsiva, commutazione di codice, difficoltà linguistiche
3) consultorio per donne straniere a Forlì (6 visite pediatriche e ostetriche con mediatrice e 9 senza)
NB IMPORTANTE CHIDERE IN SEDE DI REGISTRAZIONE LA PROVENIENZA DEI PAZIENTI SE NON EMERGE DAI DATI [questo lo scrivo anche per me stessa]
gestione di visite con rom, che arrivano in gruppo
gestito anche il cinese, trascritto (traslitterato) e tradotto
problema della perdita eventuale di marcatezza in lingue che non conosciamo e di cui, soprattutto, non conosciamo i fenomeni marcati
ruolo del mediatore e modalità sembrano cambiare a seconda dell’incontro: se l’incontro è “ostetrico”, la mediatrice conosce bene l’argomento e fa il ruolo del medico, mentre in casi di urgenza non lo fa
confronti con dati raccolti in Messico
tentativo di analizzare dati al consultorio per stranieri di Perugia
Discussione sulle problematiche non solo linguistiche ma culturali (es il fatto che il bambino cinese sia accompagnato dal padre = struttura patriarcale; il fatto che bambino, che pur parla italiano, non viene coinvolto = statuto di partecipazione dei parlanti).
Importanza del ruolo del medico, perché sta a lui controllare se ha ottenuto la risposta che voleva avere, quindi se la domanda è stata posta bene. Lo stesso dicasi per il paziente, che ha altresì il “compito” di controllare se e come arrivano le informazioni.
Falbo commenta: il problema vero talvolta sta nel mediatore, in cosa e come traduce, nel fatto che cambia gli atti linguistici e quindi dà una piega diversa a discorso.
Più che una questione interculturale è una questione di mancanza di consapevolezza da parte del mediatore, che potrebbe in parte essere ovviata con interpreti formati.
Laura Gavioli (Modena e Reggio Emilia) e Daniela Zorzi (Bologna-Forlì), Ricerche sull’interazione mediata svolte fra Arezzo-Forlì-Modena-Perugia: spunti e riflessioni
Laura ha introdotto il discorso facendo una panoramica su quanto fatto fino ad ora e con chi:
Cooperativa integra di Modena
3 proposte di PRIN 04,06,07
Da 2006 contatti con AULS di Reggio Emilia
Dati audio raccolti con tutti i mezzi a disposizione (tirocinanti, laureandi, dottorandi etc.)
Consenso informato ma non firme
Dati legali (15 interazioni presso CPT, it-en, interprete con formazione accademica) e dati medici (italiano-arabo; italiano-cinese; italiano-inglese).
Per darvi un’idea di quanto è stato raccolto in ambito medico, nelle tre coppie di lingue menzionate sopra:
5 ore (30 interazioni)
12 ore (57 interazioni)
14 ore (92 interazioni)
Interazioni vanno da 20 sec e 1h50
Del corpus fanno anche parte:
10 interazioni registrate nella provincia di Rimini (Bersani Berselli)
3 interazioni in un centro privato (Amalia Amato)
Zorzi è poi scesa nel dettaglio, recuperando le motivazioni di una ricerca che è tuttora in fieri.
In passato – ha detto – c’era un grande paradosso: gli studi sull’interpretazione orale non andavano in nessun modo ad incidere sulla formazione dei futuri interpreti.
Si è quindi cominciato a lavorare sull’oralità e sui dati reali (con immane difficoltà per via della generale non disponibilità degli interpreti a farsi registrare).
Come Wadensjo ha del resto puntualizzato, è emersa un’ideologia dell’interpretazione che va di pari passo con una pratica dell’interpretazione che scardina i principi teorici (ad esempio quello della neutralità).
A questo proposito, la ricerca si propone tra l’altro di dimostrare che l’interprete è un partecipante ratificato e non un ponte come si soleva pensare in passato.
Due sono le dimensioni indagate:
- azioni dell’interprete in relazione a ruoli attivati
- interazione triadica nel suo complesso
Quello che emerge dai dati raccolti è che l’interprete non traduce affatto TUTTO quello che dicono parlanti primari ma decide:
- cosa tradurre
- come farlo
Dati sono ricchi di iniziative (something more than interpreting), tra le quali:
- azioni linguistiche: iniziative discorsive (consigli, rimproveri etc)
- azioni non linguistiche
Nella triade (medico-interprete-paziente) il paziente si sente pochissimo, lui sembra essere il parlante invisibile, con un mediatore che talvolta lo sopprime (affiliazione con medico) talaltra si allinea con lui.
La ricerca vuole poi indagare la dimensione relazionale, che è, per dirla con i toni informali del convegno, “un casino enorme”. Tra le possibili linee di ricerca seguite troviamo:
- affettività in generale (Gavioli, dati medici)
- coinvolgimento/distacco (Ciliberti, dati medici)
- affiliazione/disaffiliazione (Zorzi, dati legali)
Si ragiona su fenomeni che diverse discipline hanno chiamato in modo diverso, quindi il problema metodologico e terminologico è molto forte. Per ora vige il “il do a questo termine questo valore” in maniera tale che chi legge possa capire.
Prima di concludere e lasciare spazio al dibattito finale, Zorzi ha per così dire tirato le fila del discorso, chiedendo a se stessa e ai presenti cosa trattenere di queste giornate.
Innanzitutto, che non ci sono idee chiare e strumenti operativi per distinguere il mediatore dall’interprete (sotto alle due etichette c’è di tutto, il che è dimostrato dall’accesa discussione tra Francesco Straniero e Claudio Baraldi di ieri).
Anche sul “traduco tutto” c’è da ridire, perché in certi contesti è auspicato addirittura il contrario, visto che medici e giudici spesso non vogliono che venga tradotto tutto, perché così vanno a casa prima.
Ci sono pertanto alcune hot question da tenere a mente:
- capire se distinzioni terminologiche (mediatore, interprete, facilitatore, community interpreter etc.) corrispondono a figure professionali diverse. Quello che è certo è che a seconda del contesto FANNO cose diverse.
- non ci sono certezze ma sicuramente un elenco dei problemi!
Discussione delle idee presentate il giorno prima alla luce della discussione avvenuta durante il seminario e conclusione
In conclusione, lasciatemi esprimere il mio entusiasmo all’idea di essere parte, nel mio piccolo, di un progetto così vario, ampio ed articolato. Lasciatemi ringraziare, oltre agli oratori che hanno già avuto il loro momento di gloria, tutti i partecipanti più silenziosi a questo convegno davvero ben riuscito:
Amalia Amato, Laurie Anderson, Guy Aston, Giuseppe Balirano, Viola Barbieri, Gabriele Bersani, Amelia Ceci, Letizia Cirillo, Federica Comastri, Ilaria Dall’Asta, Federico Farini, Vittorio Iervese, Paola Nobili, Rosa Pugliese, Benedetta Riboldi, Elisa Rossi, Eleonora Sciubba, Joce Vincent Marrelli, Federico Zanettin.
La mediazione interculturale: prospettive interazioniste
Il dipartimento di Scienze del Linguaggio e della Cultura dell’Università di Modena e Reggio Emilia ha organizzato un convegno “poco ingessato” – per dirla con uno dei partecipanti – dove alcuni conversazionalisti d’Italia hanno presentato le loro ricerche e discusso le loro prospettive.
Di questo convegno vi racconto, ora, la prima giornata, il cui programma si è articolato come segue.
Giovedì 14 maggio 2009
Laura Gavioli (Modena e Reggio Emilia), Introduzione
Claudio Baraldi (Modena e Reggio Emilia), La ricerca svolta a Modena: prospettive sociolinguistiche sull’interazione
Mara Morelli (Genova), Comunicazione e mediazione in ambito sanitario a Genova
Franca Orletti (Roma Tre), Interazione istituzionale e multiculturalità
Caterina Falbo (Trieste) a nome di Raffaela Merlini (Macerata), L’interprete e il mediatore
Francesco Straniero Sergio (Trieste), L’interprete nell’interazione di talk show
Conclusione: presentazione delle idee per iniziative comuni
Con pause necessarie e comprensibili ritardi, questa giornata di studio e confronto si è svolta all’insegna del confronto – anche acceso – e dell’immediatezza.
Pochi preamboli, molta franchezza: cosa stiamo facendo? Cosa fare di più creando una rete che sfoci in un centro studi interateneo, in pubblicazioni, in contatti internazionali etc.??
Questo ribolliva tra le righe di ogni presentazione, questo esplodeva in accesi dibattiti a latere di ogni intervento. In breve, ecco i punti salienti della giornata.
Laura Gavioli e Claudio Baraldi giocavano in casa e come è giusto che fosse hanno dato il la al seminario.
La Gavioli ha sottolineato il bisogno di condividere ricerche e responsabilità, invitando partecipanti e discussants ad intervenire e a considerare l’evento come una chiacchierata intorno ad un tavolo.
Baraldi ha poi parlato della traduzione come mediazione, soffermandosi su 4 punti principali:
- traduzione
- mediazione
- dimensione culturale
- dimensione interculturale
Ha messo in evidenza come, in ambito sanitario italiano, si osservi spesso la presenza di “mediatori che fungono da interpreti”, mentre in altri paesi la situazione è ben diversa, e si fonda sulla certificazione di interpreti “abilitati” a lavorare nei public services. Baraldi ha presentato i risultati degli studi che da anni l’università di Modena e Reggio portano avanti, grazie soprattutto alla collaborazione di persone quali Ilaria Dall”Asta, Antonio Chiarenza, Amelia Ceci e Benedetta Riboldi della AUSL di Reggio Emilia, che hanno autorizzato le registrazioni a Reggio, Modena e Vignola.
Molti dei concetti esposti da Baraldi sono rintracciabili nell‘articolo scritto a quattro mani con Laura Gavioli dal titolo “La mediazione interlinguistica come dialogo tra le culture” apparso nel volume “Il dialogo tra le culture” [l’ho letto ma non ho ancora avuto il tempo di recensirlo, mea culpa].
Ha nominato, in particolare, le “aspettative generalizzate” di Luhmann, i due tipi di comunicazione messi in luce da Heritage & Maynard, ovvero quella centrata sul medico in cui emergono aspettative cognitive e quella centrata sul paziente in cui emergono aspettative affettive. Baraldi ha poi citato Gumpertz del del ’79 e del ‘92, raccogliendo il favore del pubblico, e spiegato come dai dati emergano due forme di traduzione, alias un’attività che comprende la reazione dell’interprete ai turni traducibili e la forma di interazione che ne deriva.
1) traduzione tout court subito dopo il turno del paziente;
2) traduzione after sequence, che è stata impropriamente definita come “non immediata”, scatenando le reazioni di Straniero Sergio, Amalia Amato e Caterina Falbo.
È incredibile come in una riunione di esperti anche una singola parola (nella fattispecie l’aggettivo immediata) possa suscitare problemi ed innescare reazioni accese. Ero lusingata all’idea di trovarmi in un contesto in cui si discuteva e si creava al contempo un argomento di ricerca, che necessita di etichette e definizioni condivise. Avevo come l’impressione, giovedì, che si negoziassero anche le parole con cui descrivere un tema poco dibattuto fino a qualche decennio fa, quando l’interpretazione di conferenza occupava le devant de la scène.
Chiuso il dibattito after Baraldi e osservati alcuni dati dal corpus dell’unimore, la parola è stata data a Mara Morelli. Sua la definizione di “convegno non ingessato”, sua una panoramica sulla sua vita professionale e su come questa ha contaminato le sue ricerche.
Professionista prestata all’accademia, la Morelli ha messo in luce il percorso di una vita e auspicato un’interdisciplinarietà VERA in un settore che avrebbe solo da guadagnare dalla contaminazione con ambiti quali l’antropologia, la psicologia, la sociologia e simili.
Perfettamente in linea con parte della letteratura di settore, la Morelli ha detto che “è ora di finirla con certe roccaforti che servono solo per chi c’è già dentro”, riferendosi in particolare alla predominanza dell’interpretazione di conferenza a discapito di quella dialogica. Ha promosso una multi parzialità dell’interprete che dovrebbe essere l’evoluzione di una neutralità che non è più possibile né auspicata, e riflettuto su come sia necessario fare evolvere i percorsi di formazione dei futuri interpreti/mediatori “allargando le teste a qualsiasi lavoro di tipo relazionale”.
Tutto questo percorso è stato fatto con continui rimandi ad un’esperienza professionale sul campo che alimenta la ricerca, citando associazioni ed esperienze che vi propongo sotto forma di elenco:
AIMS Associazione Internazionale Mediatori Sistemici
http://www.mediazionesistemica.it
Gruppo FITOSPOS (Università di Alcalà de Henares – Spagna)
http://www2.uah.es/traduccion/
Gruppo CRIT (Università Jaume I di Castellon – Spagna)
http://www.crit.uji.es
Gruppo GRETI (Università di Granada – Spagna)
http://www.ugr.es/~greti/
Red Comunica (Spagna)
http://www2.uha.es/traduccion/red_comunica.html
Grupo Triangulo (Spagna)
http://www.mediacionintercultural.org/triangulo.html
Congresos Mundiales de Mediacion
http://www.congresodemediacion.uson.mx/mundial/
Progetto portato avanti da Mara Morelli
http://www2.iberistica.unige.it
Dopo una brevissima pausa la parola è stata data a Franca Orletti e Eleonora Sciubba, che hanno presentato il “Progetto cittadinanza” promosso da storici e linguisti che con lo spirito sessantottino hanno avviato un meccanismo straordinario.
Tra i suoi obiettivi, questo progetto interdipartimentale profondamente radicato nel territorio ha quello di studiare situazioni di comunicazione multiculturale in contesti istituzionali. Tra i mitici promotori di questo progetto, Fatigante, che raccoglie dati in diversi ospedali romani e Mariottini, che ha dati su parlanti madrelingua spagnoli.
In seno a questa iniziativa sono nati anche progetti di semplificazione dei documenti e della modulistica in ambiti istituzionali. Se restringiamo il discorso all’ambito medico, vediamo come il solo consenso informato sia talvolta incomprensibile agli stessi locutori italiani, figurarsi ad un immigrato. Urge quindi un intervento anche sulla modulistica, nella consapevolezza che, soprattutto in certi ambiti, fortissimo è il legame tra scritto e parlato e frequente è il non allineamento tra quel che c’è scritto e quel che se ne capisce.
A seguire Caterina Falbo che ha prestato la voce a Raffela Merlini, la quale per motivi personali non è potuta venire. La Merlini ha creato un corpus dell’interpretazione dialogica [CorInD], che include dati medici, socio-assistenziali e commerciali.
Questo corpus mi ha incoraggiata non poco, dal momento che la Merlini è riuscita a registrare negli ospedali di Padova, Jesolo, Palermo, Parigi e Melbourne, raccogliendo rispettivamente 67, 255, 200, 70 e 54 minuti di interazioni medico-paziente. Questi risultati, dicevo, mi hanno fatto sperare, visto che da tempo chiedo, inascoltata, la collaborazione di una struttura ospedaliera romagnola, invitandola a prendere parte ad un progetto di ampio respiro che si avvale di contaminazioni come quelle di oggi. Ma forte è la diffidenza, tante le altre cose da fare, significativa la paura delle registrazioni.
Ad ogni modo la pazienza è la virtù dei forti e io non demordo, anche perché sono fermamente convinta del fatto che le strutture ospedaliere abbiano tutto da guadagnare da un’indagine sui dati della mediazione, foss’anche solo per mettere in luce ciò che funziona e ciò che non funziona in un servizio che è pur sempre soggetto al giudizio e alla soddisfazione del pubblico.
Le slide della Mellini con il commento puntuale della Falbo sono state, dicevo, un’occasione per sperare in bene, e per raccogliere alcune idee sulla gestione dei dati (ad esempio le tabelle con Struttura-Interprete/Mediatore-Data-Lingue-N°sessioni-Minuti, il che può sembrare banale ma non lo è, perché talvolta non si sa bene come presentare graficamente il proprio lavoro, soprattutto se quantitativo come il mio).
Queste slide sono state altresì un’occasione per avere delle conferme sui miei riferimenti teorici, come Mishler, Fairlclough, Goffmann, Wadensjo e Pöchhacher con il suo “Healthcare interpeting“, e sulle prime impressioni che mi sono fatta visitando certe strutture. Strutture in cui, soprattutto se col camice, i mediatori non sono solo traduttori ma anche operatori sanitari, tanto che a volte, e pericolosamente, si sostituiscono al medico nella diagnosi, nel senso che sono loro stessi a decidere cosa dire e cosa tacere. Il che è, come capirete ovviamente, pericolosissimo, anche ai fini della firma di un consenso informato e di possibili denunce.
Da ultimo, le slide della Merlini hanno messo in luce come spesso in ambito sanitario anche interpreti professionisti passino dalla regola alla norma, nel senso di Toury, adattando le regole ad un determinato contesto e situazione.
Infine Straniero Sergio, che ho sentito solo in parte, ma le cui ricerche sull’interpretazione televisiva conosco e ammiro da diversi anni ormai. Non a caso Straniero occupa un posto d’onore tra le mie references
.
Straniero ha parlato del suo enorme corpus sull’interpretazione televisiva, che è ora in fase di digitalizzazione, e che comprende 2300 interpretazioni. Questo lavoro mastodontico di raccolta è iniziato nel ’98 e comprende interpretazioni così ripartite: 1600 talk show, 500 eventi mediali e 200 conferenze stampa e di formula 1.
Trattasi di un corpus che permette davvero di ripercorrere la storia l’interpretazione televisiva, dallo sbarco sulla luna ai giorni nostri. Un’interpretazione dove 3 solo gli elementi fondamentali:
1) intrattenimento e spettacolo
2) pubblico
3) ruolo del conduttore
che, combinati insieme, portano ad una grandissima visibilità dell’interprete, al suo coinvolgimento interazionale, e alla sua popolarità (vedi il caso di Olga Fernando). Questi tre elementi insieme portano anche, però, ad un altissimo livello di meta discorso in cui la traduzione viene spettacolarizzata, e ridicolizzata talvolta, a beneficio di un pubblico che così si diverte.
Come ogni convegno che si rispetti anche questo prevedeva una cena con tutti i partecipanti. Sono sicura che a tavola, tra pietanze e bicchieri di vino, sia emerso il meglio di queste giornate di confronto. Ma purtroppo non vi ho partecipato, quindi nulla vi posso raccontare, causa una consecutiva che mi vedeva impegnata il 15 e per la quale avevo bisogno di tornare a casa, la sera, al fine di preparare le ultime cose.
Invito quanti hanno preso parte al banchetto, se ne hanno voglia, a commentare il post mettendo in luce quanto emerso in serata. E vi do appuntamento a domani per il resoconto della seconda giornata.
FORMAZIONE FORMATORI: PUBLIC SPEAKING E GESTIONE DELL’AULA
Dopo aver lasciato passare qualche giorno, necessario per metabolizzare il corso e gustarne da lontano tutti gli effetti positivi, eccomi pronta a raccontarvi cosa mi ha impegnata negli ultimi due sabati.
Contrariamente a quanto succede un po’ ovunque, dove diminuiscono gli investimenti sulla ricerca e la formazione, a Cesena si leva una voce contraria. Quella del Centro Linguistico e di Silvia Fabbri, che coordina le attività e i docenti del centro come un team interattivo, come una famiglia regolata dalla collaborazione e non dalla competizione.
Per rendere la squadra ancora più unita e vincente, Silvia ha pensato bene di organizzare un corso di public speaking e gestione dell’aula. Un corso che fosse anzitutto un’occasione per stare INSIEME, per conoscere i diversi anelli di una catena che è forte perché si appoggia sul piccolo contributo di ciascuno.
Così sabato 22 novembre ci siamo ritrovati tutti (insegnanti di inglese, francese, russo, spagnolo, portoghese, arabo etc.) in una piccola aula che anche solo per la disposizione dei banchi favoriva la comunicazione. Tutti a semicerchio, con i nostri nomi sul banco per poterli facilmente associare ad un volto, prima sconosciuto, poi piano piano amico.
Tutti desiderosi di conoscere la persona che ci avrebbe guidati in questa avventura. O meglio, la persona che l’avrebbe vissuta con noi. Perché questo è stato lo spirito della Dott.ssa Elisabetta Rustignoli dello studio Sophia Consulting, che prima di essere Psicoterapeuta, Consulente Specialista in Orientamento Professionale, Executive Coach, Formatore Senior, esperta in Comunicazione, Formazione Manageriale e Selezione del Personale è una donna sorridente e diretta che ha da subito messo le cose in chiaro.
Il metodo che adotteremo – ci ha detto subito – sarà induttivo. Quindi niente slide noiose, niente teoria astratta, ma voi e le vostre opinioni, impressioni, sensazioni. Poi, da queste, una teoria che affondi le sue radici nel vissuto di ciascuno.
Così si è inaugurato il primo incontro, che si è concentrato in particolare sulla comunicazione. Si è anzitutto messo in evidenza come il 93% di quello che comunichiamo sia non verbale e solo il 7% verbale. Non è tanto importante cosa dico, quindi, ma come lo dico.
Componente essenziale della comunicazione non verbale, oltre al come si dicono le cose, è quale tipo di relazione instauriamo con il nostro interlocutore o con la classe alle quale insegniamo. Se la relazione è quella giusta – diceva Elisabetta – per assurdo potremo anche permetterci di dire qualcosa di sbagliato, di non essere al top in qualche occasione, e la classe comunque risponderà positivamente. Se la relazione invece è sbagliata, per quanto interessante la comunicazione non passerà. Il punto non sarà chiedere ad un corsista “te lo ripeto?”. Il punto sarà valutare se la relazione instaurata è quella giusta per mantenere vivo l’interesse della classe (un interesse che è soggetto ad una curva dell’attenzione che vede il primo calo dopo circa venti minuti e poi ogni cinque).
In sostanza, la comunicazione sarà sempre e in primo luogo una costruzione di ponti relazionali, unitamente al tentativo di mantenere vivi questi ponti nel tempo e con tutti. Pena la sindrome “abbandonica” che colpirà gli esclusi, coloro che magari sono ai margini della classe e il cui sguardo mai incrocia quello dell’insegnante.
Una volta discussi questi punti, abbiamo messo in pratica quanto affiorato facendo una presentazione di noi stessi. Abbiamo immaginato di fare il nostro ingresso in una classe ipotetica e di introdurre il nostro corso di lingua. Il tutto sotto gli occhi attenti degli altri, che compilando anonimamente delle schede di valutazione ci hanno comunicato il loro giudizio. Un giudizio positivamente critico, di quelli che non vengono dati per fare male o smontare una persona,q quanto piuttosto per farla crescere.
Il primo incontro si è concluso sulle emozioni. Il saper fare infatti si sposa sempre, in classe e in altri contesti di public speaking, con il saper essere. E saper essere significa anzitutto essere padroni delle proprie emozioni, sapendole modulare a nostro piacimento a seconda dell’occasione e del momento. A tal fine abbiamo provato la tecnica dell’ancoraggio, che fa leva sul fatto che il cervello non distingue tra stimolo immaginario e reale, quindi reagisce allo stimolo e si sintonizza. Connettere il cervello su situazioni positive e riuscire ad attivare lo stato d’eccellenza che comportano quando e dove vogliamo, può essere uno strumento utile per entrare in classe sempre al top e riuscire a dare agli studenti il massimo di noi stessi.
Nel secondo incontro di sabato 29 si è continuato a lavorare sulle emozioni. Non più ancoraggio ma visualizzazione creativa, ovvero quasi 30 minuti di rilassamento guidato e meditazione che ci hanno permesso di connetterci con la parte subconscia della mente, lì dove spesso si annidano i nostri meccanismi di reazione e le nostre abitudini negative.
Sempre facendo leva sul fatto che la mente non distingue fra un evento realmente accaduto ed un evento immaginato, abbiamo potenziato la nostra auto immagine di formatori e poi discusso le nostre impressioni. C’era chi non era riuscito a rilassarsi, complice una mente che continuamente si ripeteva “ma che cavolo sto facendo?”. E c’era chi, come me, era riuscito a lasciarsi andare, tanto che i muscoli erano più rilassati, la mente più sgombra, il respiro più calmo. Tanto calmo che, qualcuno ha commentato, questo non è forse il metodo migliore per caricarsi prima di una lezione. Io stessa devo ammettere che dopo la visualizzazione ero emozionata, scombussolata dalle forti emozioni provate. Di certo non carica per dare il massimo di me stessa in classe.
Cosa invece che si è per tutti rivelata utile è stata la domanda “perché mi rallegro?”. Elisabetta ci ha chiesto di condividere almeno 5 motivi per i quali ci rallegravamo. Dopo aver fatto il giro della “classe” ci siamo resi conto di come il nostro stato d’animo fosse palesemente cambiato. Quella sola domanda era stata in grado di scatenare reazioni positive, di innescare una spirale di positività che ci siamo portati dietro per il resto della lezione.
Positività ulteriormente rafforzata dalla domanda successiva: “Quali sono 5 cose che mi piacciono di te?”, dove il TE era, sabato, uno dei nostri colleghi. Dove il TE potrebbe essere, se si immagina una classe, un corsista particolarmente problematico, una persona che ci irrita, un alunno che ci indispone. Andare in classe dicendosi “Oddio, che stress, devo andare in QUELLA classe” non aiuta certo a sintonizzarsi su pensieri positivi. E per quanto con professionalità cercheremo di dare il meglio di noi, a livello non verbale sicuramente passerà il nostro malessere, la nostra negatività. Basta una domanda, e lo sforzo di trovarvi una riposta anche quando la persona che abbiamo davanti non ci va proprio giù, per trovare l’atteggiamento giusto.
Il secondo incontro si è concluso con del public speaking, che era poi il motivo di questo corso. Ciascuno di noi si era preparato a casa 5 minuti di discorso su un argomento a piacere. Ancora una volta sotto gli occhi di tutti, abbiamo parlato e cercato di mettere in pratica quanto appreso. Ad ogni intervento, Elisabetta ci chiedeva di fare attenzione a qualche elemento. Nel mio caso, ad esempio, dovevo stare attenta alla postura, elemento fondamentale quando si parla in pubblico, e al silenzio iniziale. Entrare in classe e fare silenzio prima di iniziare a parlare è una strategia vincente per dare importanza a quello che segue, per assicurarsi che tutti stiano a sentire.
Ho parlato per 5 minuti di dailynterpreter, spiegando davanti agli altri e alla telecamera, quale fosse il senso di questo blog. La conclusione del discorso è stata seguita da un applauso e, questa volta, da una discussione di quanto di buono c’era, nella mia come nelle altre presentazioni.
L’incontro si è quindi concluso su una nota positiva, non più sui nostri limiti e sugli aspetti che dobbiamo migliorare ma su quello che di buono c’era nella presentazione di ciascuno di noi. Perché è vero che bisogna essere consapevoli di quello che non si sa, o non si sa fare, ma talvolta è buona cosa anche fermarsi, guardarsi indietro, e vedere quello che abbiamo già conquistato.
Vi lascio dicendovi che da sabato mattina ho una gran carica, che me ne sono tornata a casa con uno sguardo diverso, con un atteggiamento positivo. Ringrazio quindi Silvia per aver organizzato il corso, Elisabetta per averlo tenuto, e ciascuno dei partecipanti per averci messo del suo.
Spero che la mia pubblicità di sabato mattina sia servita a qualcosa e che magari qualcuno di loro commenti il post. In fondo questa non è che la mia voce, sarebbe bello avere i feedback anche degli altri..
Buzz
La parola del giorno oggi è BUZZ. L’ho scoperta di recente mentre preparavo il convegno di Bolzano. L’ho inserita nel glossario con l’espressione “BUZZ WORD”, il che significa termine in voga, alla moda.
Ieri però l’ho sentita usare con una nuova accezione, ovvero quella di chiacchiericcio e reazioni positive intorno ad un argomento, un prodotto, un personaggio, il che è spesso un obiettivo del viral marketing.
Se ne parlava in termini positivi al Rimini Web Marketing Event, una serie di convegni organizzati nella cornice del SIA Guest. Quale neo blogger alle prime armi mi sono ascoltata parte di “Il blog marketing e il business blogging” e dei due incontri a seguire.
Non vorrei peccare di presunzione se dico che il contenuto mi è sembrato un po’ discutibile. Sarà che sono abituata a sentire, e tradurre, oratori che davvero sanno parlare e sanno cosa dicono, ma di ieri non conservo una buona impressione.
E soprattutto si conferma il mio disgusto per chi storpia l’italiano, per chi lo infarcisce di prestiti inutili, per chi usa parole inglesi senza nemmeno saperle pronunciare. Giuro che a sentire AWORENESS ogni due frasi mi veniva l’urticaria.
Tra l’altro la cosa assurda è che gli incontri erano rivolti ad albergatori, per la maggior parte non esperti in materia né tantomeno conoscitori dei termini tecnici inglesi. Si sono visti bombardare di brand reputation, adsense, adwords, social network, one-to-one, ROI e chi più ne ha più ne metta. E a giudicare dalle domande dal pubblico (vi risparmio le risate) gran parte dei partecipanti non aveva la benché minima idea di cosa fossero questi concetti.
Ora, non sono qui per giudicare, né per scrivere l’apologia della lingua italiana. Sono la prima a non tradurre i termini inglesi se interpreto alla SFScon, perché sono consapevole (abbiam pure sta parola, non vedo perché ostinarsi ad usare awAre!) che il linguaggio tecnico, quello davvero tecnico, debba restare così. Pena l’ostacolare la comunicazione.
Ma se si parla a dei profani, se si parla a degli albergatori che vogliono investire sul web, che senso ha – mi chiedo – infarcire il discorso con tutti quei paroloni opachi ai più? A meno che lo scopo non sia davvero quello di comunicare e spiegare, ma piuttosto quello di fare colpo con bei paroloni e nascondere, magari, che sotto sotto non c’è poi molta sostanza.
Ma.. la domanda è aperta…
Convegni della settimana
Purtroppo non ho nulla di speciale da raccontarvi del convegno di Drew. Non perché non fosse interessante, sicuramente lo era, ma purtroppo gli imprevisti fanno parte della vita e non sono riuscita ad andare. A dire il vero sono andata a Bologna, ho camminato sotto l’acqua fino al dipartimento (grazie al cielo Bologna è la città dei portici), ma quando sono arrivata mi hanno comunicato che il convegno era posticipato di due ore.
Poco male, giusto il tempo per fare due chiacchiere con professori e studenti appassionati di lingua e conversazione come me. Se non fosse che sono una “busy lady”, come direbbe qualcuno, alchè non ho potuto trattenermi perché alle 8 dovevo essere a Savignano sul Rubicone per tenere il corso di Inglese III all’università degli adulti.
Pazienza. Oggi è andata così, e purtroppo domani mi perderò il secondo incontro di Drew, quello sull’overlapping. Sarò infatti già per strada per Bolzano, dove mi attende un giorno di cabina inglese alla SFScon2008.
Ne approfitto per segnalarvi questo immancabile appuntamento con il software libero, uno che da tre anni ormai scandisce il mio autunno, regalandomi giornate indimenticabili tra i monti del sudtirolo. Si lavora, certo, e intensa è la preparazione per un convegno di natura così tecnica. Un glossario di più di 50 pagine accumulato in mesi di ricerche e aggiornamento. Certo questo non succede per ogni giornata di lavoro. Talvolta il preavviso è troppo breve, talaltra il materiale inesistente. In questo caso, fortunatamente, le cose sono andate come ogni anno diversamente.
Complici un mio interesse costante per il web e il free software (questo blog è frutto di wordpress) e la disponibilità del TIS, c’è sempre modo di ricevere qualche link utile o qualche discorso in anticipo. Il che, ahimè, non è affatto comune nel mondo dell’interpretazione di conferenza.
Il glossario? Vi chiederete voi. Ebbene non lo metto online per ora, anche perché è il frutto di un lavoro congiunto mio e della mia mitica concabina
Ma non tarderò a condividere risorse anche di questo tipo, poiché come ho già detto altrove, credo di non aver nulla da perdere dalla condivisione e disseminazione delle conoscenze. Bertaccini docet!
Mi farò viva al mio ritorno da Bolzano, sicuramente con un mucchio di aneddoti ed esperienze da raccontare. In primis la cena altoatesina che mi aspetta venerdì sera!
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